Project Gutenberg's La Seconda e Terza Guerra Punica, by Antonio Ceruti

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Title: La Seconda e Terza Guerra Punica
       Tratto da un codice dell'Ambrosiana

Author: Antonio Ceruti

Release Date: March 13, 2014 [EBook #45126]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA ***




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                                SCELTA
                                  DI
                        =CURIOSIT LETTERARIE=
                            INEDITE O RARE
                      =DAL SECOLO XIII AL XVII.=

        =In Appendice alla Collezione di Opere inedite o rare.=

                           Dispensa CXLVIII.

                            PREZZO LIRE 5.

 =Di questa SCELTA usciranno dieci o dodici volumetti all'anno: la
 tiratura di essi verr eseguita in numero non maggiore di esemplari
 202: il prezzo sar uniformato al num. dei fogli di ciascheduna
 dispensa, e alla quantit degli esemplari tirati: sesto, carta e
 caratteri, uguali al presente fascicolo.=

                                      =Gaetano Romagnoli.=




                          LA SECONDA E TERZA
                             GUERRA PUNICA

                        TESTO DI LINGUA INEDITO


                  TRATTO DA UN CODICE DELL'AMBROSIANA
                                  PER
                           =ANTONIO CERUTI=

                        Dottore della medesima


                                BOLOGNA
                       PRESSO GAETANO ROMAGNOLI

                                 1875.


                    Edizione di soli 202 esemplari
                        ordinatamente numerati.

                                N. 193


                           Regia Tipografia.


                             AL NOBIL UOMO
                       MARCHESE GEROLAMO D'ADDA
                          ERUDITO BIBLIOGRAFO
                    INTELLIGENTE CULTORE DEL BELLO
                   IN SEGNO DI RIVERENTE ESTIMAZIONE
                            ANTONIO CERUTI

                               D. D. D.




                              PREFAZIONE


Un Codice dell'Ambrosiana diligentemente scritto nel mezzo del sec. XV,
cartaceo in foglio, ed appartenente un tempo a Battista Cozzarelli,
indi a Muciatto Cerretani, ambedue fiorentini, porta il titolo: _La
prima, seconda e terza guerra punica_ di Leonardo Aretino. Consta esso
di due parti distinte: la prima contiene la versione volgare, d'ignoto
autore, dell'opera attribuita a Leonardo Bruni _De Bello Punico_, in
cui narra le guerre de' Romani co' Cartaginesi[1]. Alcune edizioni
di quest'opera recano in fronte il nome di Polibio come autore, come
quelle di Brescia del 1498 e di Badio Ascensio fatta nel 1512 a Parigi,
e quantunque l'Aretino dichiari nel suo Prologo di avere scritto la
storia di quella guerra sulle tracce di Polibio e di altri scrittori
greci e latini[2], tuttavia ei fece poco pi che volgere in latino la
storia dello scrittore megalopolitano, discepolo di Panezio, secondo
il Suida. Secondo un Codice Mediceo Laurenziano[3], egli esegu la
sua versione verso il 1421, trovandovisi scritto in calce: Leonardus
Arretinus edidit Florentiae XVIII kalendas januarias MCCCCXXI, come
nota il Mehus nel Sillabo delle opere di quell'autore, del quale tess
la vita nel vol. I delle di lui lettere[4]. Pi edizioni vennero fatte
di quest'opera: il Fabrizio dice che la prima apparve nel 1498 a
Brescia[5], ma  certo che ve n'ha una anteriore, cio del 1490; altra
 di Parigi del 1512 dell'Ascensio gi menzionata[6], poi quella di
Augsbourg nel 1537[7].

Anche la versione volgare di questa Storia, di cui pure esistono pi
codici mss. nelle Biblioteche, fu sovente stampata, ma ne  controverso
l'autore e l'epoca in cui fu eseguita. Il Paitoni[8] l'attribuisce
a Donato Acciaioli, ma sembra che questi non abbia volgarizzato
dell'Aretino che la Storia Fiorentina; altri a Lodovico Domenichi,
ma questi pure caddero in errore, poich anzitutto egli visse nel
sec. XVI, e il volgarizzamento fu lavoro anteriore d'un buon secolo;
d'altronde sebbene il Domenichi nell'edizione di Venezia del 1545 per
G. Giolito de' Ferrari, da lui dedicata al conte Clemente Pietra,
nella dedica stessa asserisca d'aver compito pochi mesi innanzi la
traduzione di Polibio, e sul frontispizio asserisca _nuova_[9] la
versione da lui pubblicata delle Guerre Cartaginesi, pure il testo 
affatto identico a quello stampato nel sec. XV. Gli antichi codici e le
stampe attribuiscono la versione italiana chi, come quella del 1544,
ad un amico, chi ad uno scolare di Leonardo, ma senza accennare mai ad
alcuno scrittore speciale, ed  fuor d'ogni dubbio ch'essa  anteriore
al 1449, data d'un codice Riccardiano. Checch sia del volgarizzatore,
del primo libro si ha una traduzione volgare stampata in Venezia per
Bartolommeo d'Alessandria e Andrea de Asula compagni nel 1485[10] in
f., unita alla storia di Tito Livio della medesima edizione. Il
Prologo di Leonardo sopra lo stesso libro primo usc di nuovo pochi
anni dopo in Venezia ancor in seguito alla versione delle Deche dello
storico padovano[11], ed ebbe in seguito molte ristampe nello spazio di
pochi anni, specialmente in Venezia.

Ora il Codice Ambrosiano sopra accennato contiene nella sua prima
parte il volgarizzamento, come gi dissi, della storia dell'Aretino
o meglio di Polibio, col titolo di _Prima e seconda guerra punica_,
e corrisponde esattamente tanto alla traduzione latina, quanto al
volgarizzamento stampato; manca solo il titolo dell'opera, ommesso
dall'amanuense, che tuttavia ne lasciava nel Codice lo spazio, e che
pure leggesi nelle pi antiche edizioni, forse perch vi fosse scritto
da qualche calligrafo e abbellito da ornato; si chiude esso colla
frase: Finito il Libro di messere Lionardo d'Arezzo, detto primo bello
punicho. Deo gratias.

Dopo questa chiusa ha principio nel Codice stesso, come seconda
parte[12], un racconto che  la continuazione della storia precedente,
e s'intitola: _Della seconda e terza guerra punica_. Non appare
ch'anch'essa sia una versione di istoriografo anteriore, che abbia
scritto quella narrazione in altro idioma, bens un lavoro originale
di autore quattrocentista certamente toscano, rimastoci ignoto[13],
non essendovi indizio alcuno del di lui nome; solo ci rimase quello
del copista, Giacomo di Buccio di Ghinucci da Siena, che a sua volta
non fa cenno del ms., da cui trasse la sua copia scritta nel 1454, n
fornisce alcuna notizia bibliografica in proposito; egli  per assai
commendevole per la diligente accuratezza con cui esegu il suo lavoro;
solo i nomi di persone e di citt sono sovente falsati e scorretti,
colpa forse del ms. da lui copiato. Il testo, rimasto finora inedito,
cred'io, ed ignoto agli storici della nostra letteratura[14], distinto
in brevi capitoli, come viene fedelmente riprodotto in questa stampa,
ritrae non poco qua e l di alcune forme del parlare senese, linguaggio
del trascrittore, ma  mirabile per ischiettezza di frasi, purit di
lingua, semplicit e vigore d'espressione, e per tutti que' pregi, che
splendono negli aurei scritti dei primi secoli della lingua italiana;
pel che mi lusingo d'aver fatto cosa non ingrata agli amatori di
simili scritture n inutile alle lettere nostre il rendere di pubblica
ragione questo nuovo Racconto.

                      Milano, nel dicembre 1874.

                                           A. C.

NOTE:

[1] Nell'edizione d'Augsbourg del 1537 ha per titolo: De Bello Punico
libri II, quorum prior bellum inter Romanos et Carthaginienses primum
continet, hactenus apud Livium desideratum, alter seditionem militis
conductitii et populorum Africae a Carthaginiensibus defectionem.
Bellum item Illiricum et Gallicum, quae et ipsa apud Livium
desiderantur.

[2] Parlando di quelli che scrissero sopra questa materia, dice:

La guerra Punica che fu tra i Cartaginesi e i Romani da molti de'
nostri latini e da molti greci fu trattata e scritta; ma e primi e
pi antichi scrittori di quella furono dalla parte de' Romani Marco
Fabio Pittore, e dalla parte de' Cartaginesi fu uno che ebbe nome
Filino. Questi furono quasi in questo medesimo tempo che fu la guerra,
e per affezione della patria sua ciascuno di loro tirato, bench
nelli eventi e fatti della guerra scrivessero il vero, nientedimeno
nelle giustificazioni e nelle cagioni l'uno e l'altro sanza passione
si truova avere scritto. Filino Cartaginese molti greci dottori e
scrittori seguitavano, intra i quali fu quasi come principale Polibio
Megalopolitano greco scrittore e di grande alturit, e Fabio Pictore
ancora de' nostri latini andarono dietro, et massime Tito Livio
patavino padre delle storie Romane, e libri del quale se fussero in
pi, non sarebbe bisognio di prendare nuova fatiga; ma perch questa
parte dell'opere sue insieme con molte altre  perduta, noi a ci che
la fama di cos gran fatti non perisse, da Polibio e da altri greci
ricogliendo, abbiamo composto e di nuovo scritto questa guerra, ecc.

[3] Cod. XIV, Pl. LXV. L'Aretino nato nel 1369 mor 75 anni dappoi; il
Poggio e Giannozzo Manetti gli dedicarono orazioni funebri.

[4] Pag. LVI. Mittarelli, _Bibliot. di S. Michele_, p. 659.

[5] Brixiae apud Iacobum Britannicum, 1498 in fol.; Parisiis apud
Badium Ascensium, 1512; Augustae Vindelicorum apud Philippum Ulhardum,
1537 in 4.

[6] Quell'edizione finisce con questa chiusa: Polybii historici
Megalopolitani liber tertius et ultimus finitur. Il Negri nella
_Storia de' Fiorentini Scrittori_, p. 352, dice anch'egli che Badio
Ascensio nell'edizione parigina di quest'opera v'ha posto in fronte il
nome di Polibio, persuaso con altri che l'Aretino non abbia fatto in
essa altra fatica, che dal greco tradurre quello scrittore in latino,
abbench egli prevenendo questa censura, nella sua Prefazione lo neghi.

[7] _Biblioth. lat. mediae et inf. latinit._, T. 1 pag 293: De Bello
Punico lib. III prodierunt primo Brixiae anno 1498 sub hoc titulo:
Polybius historicus de primo Bello Punico latino Leonardo Aretino
interprete.

[8] _Bibliot. degli Aut. Greci e Lat. volgarizz._, nel T. 34 della
Collez. Caloger, p. 267.

[9] _La prima guerra di Cartaginesi con Romani di M. Lionardo Aretino
nuovamente tradotta e stampata ecc._ Il Fabrizio (_Biblioth. Graeca_,
T. IV, p. 331) nota le edizioni venete nel 1546 e 1564 dell'intera
Storia di Polibio nella versione di Lodovico Domenichi, e alla pag. 329
nota la versione latina dell'Aretino dal greco di Polibio del libro _de
Bello Punico_, della quale ricorda due Codd. mss. della Biblioteca di
S. Michele di Venezia e nella Laurenziana.

[10] Argelati, _Bibliot. de' Volgarizz._, T. I, p. 188.

[11] Per Bartholomaeum de Zanis, 1490 et 1511 in f. Quella del 1493
conclude cos: Finite le Deche de Tito Livio padovano historiographo
vulgare historiate con uno certo tractato de bello punico stampate
nella inclita cittade de Venetia per Zovane Vercellese ad instancia del
nobile Ser Luca Antonio Zonta fiorentino nell'anno M.CCCC.LXXXXIII, ad
XI del mese di febbraio.

[12] Di questa l'Argelati (op. cit.), additando pure il Codice
Ambrosiano, non fa alcun cenno, e probabilmente essa gli pass
inosservata, credendola parte della precedente _prima e seconda guerra_.

[13] Appare dalla sua narrazione ch'egli si giov dell'autorit e degli
scritti di Eutropio, a cui sovente si riferisce. Sarebbe egli mai lo
stesso Leonardo, che compito da altri il volgarizzamento delle guerre
precedenti, siasi accinto a continuare il racconto come suo lavoro
originale? Ai dotti la sentenza.

[14] Nelle Biblioteche di Firenze esistono molti Codici, taluni
membranacei e pregevolissimi per calligrafia e per belle miniature, che
contengono il testo, quale fu gi impresso, delle guerre cartaginesi,
recate in volgare, dicono essi, da un amico o da uno scolaro
dell'Aretino; ma nessuno ha la presente continuazione. In alcuni di
essi leggesi nel primo foglio questo distico:

  Tu che con questo libro ti trastulli,
  Guardal dalla lucerna e da' fanciulli.




                  DELLA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA




                                 I.


Erano le porti del tempio di Giano in Roma serrate dopo la malvagia
e lunga guerra suta infra 'l popolo di Roma e quello di Cartagine,
che ventiquattro anni era durata con molto grieve danno e perdita di
ciascuna delle parti, e riposavansi in quieta pace li Romani; quando
poco di tempo interposto, Amilcar imperadore di Cartagine con sua gente
passato in Ispagna, cominci e mosse nuova guerra, per la quale Anibale
figliuolo d'Amilcar vi fu sconfitto e lui morto; e l'anno appresso
li Ilciani ammazzaro li messaggi de' Romani, che andavano per lo
trebuto; per la quale cosa lo tempio di Giano fu aperto, e fu mandato
per vendicare l'ontia Fulvio Postumio consolo contra di loro, il quale
fatta battaglia con loro, rimase vincitore, e torn in Roma triunfando.
Ed in questo si lev nuova guerra fra li Gallici e li Romani, della
quale li Romani molto sbigottiro; ed assembrata oste quanto potero,
vennero contra li Gallici, essendo consoli Emilio Lucio ed Attilio
Livio, con ottocento migliaia d'uomini, ed a Trento trovati li Gallici,
fecero battaglia molto crudele e mortale, nella quale fu morto Attilio
lo consolo, e molto malmenati li Romani in due battaglie che fecero
insieme. Alla fine li Romani furo vincitori e ottennero la vittoria, e
tornati a Roma, fu Emilio da' Romani onorato.




                                  II.


Un'altra battaglia fecero li Romani co' Gallici, nella quale Flamineo
consolo fu mandato contra di loro, e dopo molta dura battaglia torn
vittorioso; per la quale cosa i Gallici turbati assembraro gente, e
vennero contra li Romani novellamente con grande gente e molto bene
guernita. Rincontra a quelli furono mandati due consoli, ci furo
Claudio Marcello e Cornello Scipio[15] e fatta battaglia con loro,
tornaro a Roma vittoriosi. Altre battaglie fecero i Romani con quegli
d'Osterich, delle quali furo vittoriosi.

NOTE:

[15] C. Flaminio Nepote fu console nell'a. 531 di Roma e 223 a. C., e
Claudio Marcello nell'a. seguente con Gn. Cornelio Scipione Calvino;
nel 223 infatti i Romani trionfarono dei Galli.




                                 III.


In quello tempo medesimo avvenne che Aniballo, che sire e imperadore
era di Cartagine, assembr grande gente, tanta quanta pi ne pot
avere, per vendicare lo re Amilcar suo padre di coloro che l'avevano
sconfitto e morto in Ispagna; e lo re Aniballo aveva bene udito ed
inteso, ch'e Romani avevano malmenati quelli di Cartagine e tutti
quelli d'Affrica, e tutti coloro che li erano stati in aiuto. Per
questa crudelt vendicare ragun gente a maraviglia di tutto lo regno
d'Affrica e di Grecia, e d'onde pot avere soccorso; da ogni parte
ragun gente per amore e per preghiere e per doni, per ch'egli era
molto ricco, s che aveva assai che donare, e per questo modo ragun
tanta gente lo re Aniballo, che mai dinanzi a Tebe o a Troia, che furo
(cos come voi avete udito dire) due de' pi maravigliosi assedii
che mai fussero, non ebbero tanta gente come Anibal assembr a quella
fiata per sua preghiera e per suo potere; e sappiate che tutta quella
gente assembr tutta sotto Cartagine lungo la marina. Anibal domand
consiglio a' re e a' baroni, cui elli potesse lassare in sua contrada
per guardia del paese. Li nobili uomini tutti s'accordaro insieme
che vi lassasse Margone suo fratello, che re e sire era di Poonia, e
cos fu fatto, e tantosto comand che le navi fussero apparecchiate e
cariche quelle che al porto erano, che bene sappiate che uno solo porto
non bastava a tutto il naviglio. L'avereste veduto molto ricco avere
portare nelle navi, e molti ricchi destrieri ed olifanti di strania
fattura menare nelle navi, e di ci che faceva mestiero a fare guerra,
ed ogni e ciascuna cosa missero nelle navi.




                                  IV.


Quando tutte le navi furono cariche di bestie e di vivande e di vino
e d'acqua e d'armadure, e di ci che faceva mestiero a portare in
oste a s ricco uomo, li re e duchi e prencipi entraro in loro navi,
e li arditi cavalieri e sergenti, ch'erano pi di cento milia, erano
in altre navi. L averebbe altri potuto vedere molte ricche navi di
diverse fatture e molti ricchi arboli alti e dritti, ove l'antenne
che portavano le vele della seta erano; l erano molte ricche galee e
barche e molte ricche navi, ove li arditi cavalieri erano e li savi
marinari per andare dinanzi al navilio, quando fusse mosso per prendare
porto, quando bisognasse. Cos come voi udite, entr Anibal in mare e
con lui Astrubal suo fratello e molti altri prencipi; e quando furo
entrati in mare, li mastri marinari, che del mare sapevano la natura
e l'usanza, comandarono che l'ncore fussero gittate nelle barche, che
le navi seguitavano a pieno corso, e le vele fussero sviluppate in
sulli arboli per tosto dilungarsi da terra; e s tosto come le vele
furono spiegate, uno vento fer entro s buono, che 'l mare ne gonfi
in pi parti. E bene sappiate che molto fu maravigliosa cosa a vedere
tante ricche vele partire da terra, ma molto fu pi maravigliosa cosa,
quando le navi ebbero tal vento, che corsero e passaro senza avere
nulla tempesta, tanto che furo arrivati nel porto di Spagna, e allora
ebbero molto gran gioia all'uscire delle navi, ed a trare fuore le
grandi ricchezze. Allora quelli della contrada, quando li viddero a
maravigliane, furo sbigottiti di s grande popolo, che sopra loro era
venuto, d'onde non si prendevano guardia in nulla maniera, che venire
vi dovessero, e della gran paura ch'egli ebbero, tutti si ritrassero
e fuggiro alle castella e fortezze e citt per pi sicuramente loro
difendare contra loro nemici; e tosto fu la novella saputa e sparta la
boce infino alli monti di Pitaneos, in Gaule ed in Italia e a' senatori
e consoli in Roma; ma di tutto ci non cur lo re Anibal, che suoi
corridori fece corrare per mezzo la contrada per le prede raccogliare
e prendare, e per combattare le fortezze, che molte ve n'erano, acci
che a sua gente non facessero noia e gravezza, e s comand a' suoi
marinari che tornassero colle navi in Affrica per vivanda, acci che
l'oste non patisse bisogno di nulla cosa.




                                  V.


Quando ci fu fatto e divisato, e l'oste fu riposata otto d interi
in sulla marina verso Sibilla, lo re comand e fece sua gente tutta
muovare, e suoi stormenti tutti sonare. Allora si part lo re Anibal
con sua grande oste dal porto, e s and tanto, che venne dinanzi alla
citt di Serragoza, che allora era ricca e possente e bene fornita di
buoni sergenti e di fina cavalleria, e s era allora dell'amist de'
Romani e di loro aiuto. Quando quelli di Serragoza viddero che Anibal
gl'incalciava s duramente per loro distruggiare, ellino il fecero
sapere a' senatori di Roma il pi tosto che potero. Quando li senatori
e li consoli intesero queste novelle, ellino fecero loro aito[16]
ordinare tostamente per andare contra a Anibal; ma innanzi che quelli
di Serragoza fussero assediati dentro a loro ricca citt, fecero fare
fossi e mura grosse e alte con torri di buone pietre. Ma poco valea a
quelli della citt l'uscire fuore a combattare contra lo re Anibal,
ch poca aveano gente e cavallaria per tenere battaglia contra agli
Affricani, o sofferire stormo, che contra loro venivano s sforzati;
ma non pertanto innanzi che si traessero addietro dentro a' primi
steccati, fecero ellino molto bene e molte belle prodezze, siccome
gente che non erano sbigottiti; ma nella fine quando videro che gli
Affricani gl'incalciavano per s gran forza, ellino si credettero
ritrarre verso loro fortezza con meno perdita che non fecero, imper
che una gran gente di Poonia s'erano messi tra loro e la citt in
aguatio[17], e l fu s grande battaglia forte e dura; quelli della
citt si difendevano maravigliosamente, ma tutti sarebbero stati morti
e presi, s'e pedoni della citt no gli avessero soccorsi con archi
e con saette, per li quali li Pooni si trassero addietro; e quando
quelli che scamparo, furo dentro alla citt, ellino serraro le porti,
e cavalieri montarono su per le mura per la citt difendare. Allora
assedi Anibal la citt, la quale non prese s tosto come volea, ch
vi stette sette mesi tutti interi, come la storia conta, e' nella fine
di sette mesi la prese per fame, che pi non potevano durare.

NOTE:

[16] _Aito_ non evvi nei dizionarii.

[17] _Aguatio_ e _aguaito_, _contiare_, _guatiare_, _ontia_, _ontioso_,
ecc. son forme usate sovente dagli antichi.




                                  VI.


Allora quando Anibal stava all'assedio di Serragoza con cento
cinquanta migliaia d'uomini d'arme, siccome Eutropio racconta, vennero
a lui messaggi da Roma, e s li dissero da parte de' senatori e
de' consoli, ch'elli lassasse Serragoza e s se n'andasse, ma non
ne volse fare nulla per cosa ch'elli dicessero, anzi minacci li
messaggi e villanamente li accomiat. Li messaggi che tornarono a'
senatori, dissero la risposta di Anibal e la villania ch'elli aveva
detta. Allora ebbero li senatori e consoli consiglio, che mandassero
a Cartaggine, siccome fecero, e mandaro a' Cartagginesi sopra alla
pace, ch'ell'avevano promessa, che mandassero a Anibal loro re, che
contra quelli di Serragoza, che loro amici erano, non combattessero n
non tenessero assedio dinanzi a loro citt. Li Cartagginesi risposero
alli messaggi di Roma, che gi non se ne tramettarebbero, n niente
per li Romani farebbero, ma tornassero tosto addietro, altrimenti
perdarebbero la vita. Con tali parole e con pi altre villaneggiaro
molto li messaggi de' Romani, e quali si partiro da loro il pi tosto
che potero, e contiaro bene a' senatori ed a' consoli ci che l'era
stato detto e fatto. Intanto fu Serragoza presa non per forza ma per
fame, ch quelli della citt avevano s grande caro, che mangiaro tutte
le bestie della citt, e tutto ci che potevano avere senza nulla
dimoranza; ed appresso si tennero tanto, ch'egli erano tutti infiati
innanzi che si volessero arrendare; ma nella fine non potero pi
sofferire, che si convenne che si arrendessero allo re Anibal.




                                 VII.


Ahi! Dio, come la morte  dottata[18]! Quando ella  presso a uno d
altrui, altri per rispetto di quello d darebbe tutto lo mondo se
fusse suo, e ci sanno e medici, che n'nno auti di gran doni e di
gran ricchezze e d'avere e d'onore; ma molto poco vale medicina o
lattovare o niuno onguento, che altri possa fare per sanit avere; poi
che la morte viene, non ci  neuno rimedio n niente d'indugio. Signori
ricchi, se fate bene, farete come savi ed acquistarete grande onore,
ch ben sappiate che la morte vi spia e guatia forte, che sempre tiene
la spada innuda per voi ferire; chi corpo e avere perde, nolli vale
niente a rispetto dell'anima, quando ella  santificata e pura e netta
e piena di tutte virt, ed ella  prugata[19] della sozzura e vilt del
peccato, il quale ci dilonga da Dio, tanta  la sua gravezza.

NOTE:

[18] _Temuta_; il Compagni, parlando di Firenze: Ricca di proibiti
guadagni, dottata e temuta per sua grandezza dalle vicine.




                                 VIII.


S fatta gente debbono la morte dottare, che in questo mondo nno il
molto avere, e poco n'nno dato per l'amore di Dio, che tanto ne l'
dato e prestato; e quando cotali si partano di questo secolo[20], s
sono molto duramente sbigottiti, s che non sanno che si fare, e se
potessero tornare a misericordia uno solo d in loro ricchezze, ellino
darebbero molto volentieri cento milia tanto pi che non nno, per
avere l'amist di nostro Signore Dio. Per lo ben fare ch'altri lassa
in questo mondo, non si fa dottanza della morte, e cos fecero molti e
fanno, che grandi ricchezze nno ed avevano aute. Similemente fecero
coloro di Serragoza, che le grandi ricchezze avevano aute; quando
sentirono la gran distretta della morte per la gran fame ch'egli
avevano, ciascuno si pens che meglio lo 'veniva la morte schifare e
fuggire che morire, e s non sapevano ove si dovessero andare morendo,
e se vivessero anco, potrebbero avere onore per avventura, e per tali
ragioni s'arrenderono; e bene sappiate che non  s gran distretta
come la fame, imperci che si conviene o morire o arrendare, e perci
s'arrenderono, che non volsero morire.

NOTE:

[19] Per metatesi in luogo di _purgata_.

[20] Il Barberino nel _Reggim._ ecc., P. VI:

  Vidi quel viso, che suol luce dare
  Colli suoi raggi per tutto il paese,
  Bagnato ed irrigato
  Di quelle lagrime che escan dagli occhi.
  Ver  che molte si partan dal vero.




                                  IX.


Quando la citt si fu arrenduta, Anibal fece prendare l'oro e
l'argento, e drappi della seta e l'altre ricchezze, e poi vi fece
mettare lo fuoco per tutta la citt, e cos fu distrutta Serragoza per
Anibal re di Cartaggine; e questa fu la vendetta e lo cominciamento
della distruzione che Anibal fece per lo re Amilcar suo padre, il quale
era stato sconfitto, ond'elli odiava li Romani sopra tutte creature, e
perci si vendic in questa maniera. Allora comand Anibal, che molto
era fiero e crudele, ad Astrubal suo fratello, che rimanesse in Ispagna
per conquistare tutto lo reame tanto come si stendeva infino al mare,
che molto era grande e maraviglioso, e quando elli avesse ci fatto,
elli disse che mettesse in sua signoria tutte l'isole del mare; poi
venisse dopo lui per Gaule e per Italia tosto e prestamente, che s
voleva combattare colli Romani, ch'elli odiava mortalmente, e s voleva
avere la potest e la signoria di Roma. E quando ci fu divisato infra
due frategli, Anibal venne con sua gente verso Italia, ed Astrubal
rimase in Ispagna, ove prese molti forti castelli, e conquise molte
fortezze innanzi che la mettesse sotto sua volont. Di Astrubal vi
lassar ora stare, il quale rimase in Ispagna per acquistare lo reame,
e non ne udirete parlare pi al presente, ma innanzi che la fine venga,
vi dir che ne fu; ed ora al presente vi dir di Anibal, che verso e
monti di Meos prese sua via il pi dritto che pot con sua grande oste,
se ci non fusse cosa ch'eglino uscissero del camino per ponare campo
sopra fontane o sopra riviere, ch bene potete sapere senza dottanza,
che s grande gente, com'elli aveva assembrata, non poteva passare
senza acqua, perci ch'elli aveva grande gente appi e a cavallo.




                                  X.


E cos andava Anibal, che tutto confondeva ci che trovava dinanzi da
lui, ed a gran pena pass li monti di Spagna per le strette vie che
non erano battute n usate, ma elli fece la via acconciare e dilargare
con picconi di ferro e d'acciaio, acci che sua gente che lo seguiva,
passasse pi sicuramente, se bisogno fusse d'essare assaliti. Quando lo
re Anibal fu oltre passato e sua gente a gran pena, eglino andaro poi
due mesi interi, e presero loro via il pi tosto che potero verso lo
Rodano; ma innanzi che vi giugnessero, assembrarono li Gallici da tutte
parti, e quali combatterono con Anibal e con sua gente con ci che
poterono, ma e' nollo vensero niente n sconfissero, ch troppo avea
con lui grande gente e grande cavallaria, di che furono molto dolenti
e molto ontiosi[21] che non ne vennero a fine, ma s'accordaro con lui.

NOTE:

[21] Anche _ointoso_ disse Bacciarone di messer Baccone: Assai pi 
ointoso.




                                  XI.


Non vi maravigliate niente, se tutte queste genti di quelle parti
vennero contra Anibal, ch ben sappiate che Guascogna, Navarra e Anio,
Ponto e Franca e tutta Borgogna infra monti, e la citt Sainna la
vecchia, erano tutte queste terre, ch'io v' qui dette, chiamate Gaule,
e le genti Gallici di stranie nazioni nominate. In quello tempo Anibal
se ne veniva verso i monti di Italia per passare. Allora erano consoli
di Roma Cornellio Scipio e Publio Sempronio, che per lo comandamento
de' senatori di Roma, che la terra avevano a guardare, si mossero
questi due consoli, ch'io v' nomati, per andare contra loro nemici
in qualunque luogo li sapessero, per essar lo' alla rincontra, acci
che non venissero tanto innanzi, che lo' facessero troppo danno, e per
combattare con loro. Publio Sempronio and con sua gente in Cicilia,
la quale era allora molto buono paese e piena di tutti beni e guarnita
di buone vivande; e Cornello Scipio dall'altra parte se n'and verso e
monti di Mongieu[22] con tutta sua gente per sapere e per intendare se
Anibal si volesse trarre verso quella parte; e cos si partiro quelli
due consoli in due parti e tutta loro gente.

Questo Scipio Cornello, del quale io vi parlo, non fu niente lo savio
Scipio Cornellio, ma s vi dico certamente che fu molto buono cavaliere
e pro e ardito e pieno di grande prodezza, e perci lo ricordo qui
ora, acci che voi non crediate che in Roma non fusse solo uno Scipio
Cornellio, anzi ne furo due, siccome io vi contio, consoli di Roma,
e quali sostennero assai pene e dolore per Roma mantenere dal tempo
di Bruto fino al tempo di Iulio Cesare, che per lui solamente la
signoria e la potest di Roma fu molto dottata e temuta, e di ci vi
lassar ora stare per seguire mia materia. E s vi dir di Anibal,
che molto aveva impresa grande cosa a fare, e sappiate che tornava
addietro con sua grande oste, ma innanzi assembrato li Gallici appiei
li monti di Mongeu ne' gran diserti che allora v'erano, per difendare
e per guardare l'entrata, sicch per le valli non passassero niente; e
sappiate che l s combatt Anibal contra a' Gallici, e s vi fu molto
grande danno d'una parte e dall'altra, ma nella fine and tanto la
cosa, che s'accordaro e fecero pace, per che Anibal per conseglio de'
savii uomini che l erano, lo conseglionno che s'accordasse con loro se
volesse passare contra a' Romani, e cos fece, sicch in pace lassare
passare lei e sua compagnia per li salvatichi diserti. Quando ci fu
fatto, s avvenne che molta gran gente d'oltre lo Rodano e de' monti
s'assembraro colla gente di Anibal, e s li furo in aiuto di ci che
potero.

NOTE:

[22] Il Mongiove o Gran S. Bernardo.




                                 XII.


A quello tempo non v'era mai passata nulla umana creatura. Lo re
Anibal, che vidde le grandi montagne che si stendevano fino al cielo,
molto dott di passare, e s domand quelli della contrada, se vi
si potesse trovare nulla via per nullo ingegnio ch'altri sapesse
fare o dire. Eglino risposero che le montagne erano s orribili e
s pericolose d'acqua e di nieve e di ghiaccio e d'altezza, che non
v'avevano mai veduto passare nulla creatura che fusse nel mondo, se ci
non fusse o orsi o lioni e altre bestie salvatiche di diverse maniere.
Quando Anibal ud cos contiare a quelli della contrada, ne fu molto
sbigottito, e tuttavolta diceva che voleva passare li monti. Allora
fece assembrare tutti suoi maestri, ch'egli aveva nell'oste, come fabri
e maestri di pietra e di legname, per conseglio avere come potesse
passare le montagne; l furo divisati picconi e martelli per rompare e
gran sassi e fare la via; e s tosto come furo trovati, incominciaro
a fare la via appiei la montagna con gran travaglio e con gran pena,
e s tosto come avevano rotto e sassi, s vi gittavano suso sangue di
bestie[23], acci che la nieve non vi ghiacciasse suso, e tenessele
calde contra la nieve e la freddura, che v'era grande ed aspra.

NOTE:

[23] T. Livio, lib. XII, narra che quel passaggio fu aperto aspergendo
d'aceto la rupe infuocata, impiegandovi quattro giorni; racconto
abbastanza inverosimile.




                                 XIII.


Cos come voi udite, fece lo re Anibal di Cartagine primamente tagliare
li monti di Mongeu per fare la via con gran costo e con gran pena, e
ci possono sapere coloro che l'nno veduto e che vi sono passati; e
quando ci ebbero fatto, Anibal pass oltre con tutta sua gente, e al
sesto giorno giunse dall'altra parte al piano; e quando ebbero tanto
aspettato che giunsero tutti, e tutti furono passati, cavalieri e
pedoni e ogni bestiame, elli fece sua gente annoverare per sapere lo
numaro di sua gente, e s trov ch'egli aveva con seco cento migliaia
d'uomini appiei, e sessanta migliaia di cavalieri tutti armati; e s
dice Eutropio e contia ch'elli aveva cento olifanti senza e camelli ed
altri animali, de' quali aveva s grande abbondanzia, ch'appena se ne
potrebbe fare il numaro.




                                  XIV.


E tuttavolta crescevano e multipricavano le genti ad Anibal molto
grandemente delle contrade che si ragunavano con loro. Allora cavalc
Cornello Scipio molto forte, e con lui suo figliuolo, che fu poi
chiamato Scipio Affricano (e la ragione perch vi contiar innanzi che
sia la fine di questo libro) con gran popolo di Roma per combattare
contra Anibal, che per suo grande orgoglio voleva combattare la
terra d'Italia, che ora  Lombardia chiamata. Quando furo tanto
approssimati[24] l'osti d'una parte e d'altra, che non v'era altro che
abbassare le lancie, ellino broccaro[25] li cavalli delli speroni, e
s si corsero a ferire s duramente, che pi di due milia cavalieri
tra l'una parte e l'altra si gittarono a terra de' cavalli, de' quali
vi furono molti feriti villanamente. E sappiate che ine si cominci
lo stormo fiero e mortale, che non si risparmiavano niente, anzi vi
dico bene di verit che si faceano il peggio che poteano; lo padre non
avarebbe riguardato lo figliuolo, e lo figliuolo lo padre. Li Romani
credeano per forza sconfiggiare li Affricani per loro grande forza
e per loro grande orgoglio, onde erano s pieni, che non dottavano
persona del mondo, ma nollo valse niente, ch troppo avevano gran gente
e gran cavallaria quelli di Affrica; e l fu lo consolo Scipio ferito
molto duramente, e s fu abbattuto a terra, ed ucciso l'avarebbero, se
non fusse Scipio suo figliuolo, che vigorosamente lo soccorse, d'onde
sofferse molta gran pena; e sappiate che l furono morti de' Taliani e
de' Romani tanti, che pochi ne camparono col consolo e col figliuolo,
e quali si partirono dolenti e tristi; e in questa maniera ebbero
dolore li Romani a quella prima fiata, per la sciagura ch'eglino ebbero
contra Anibal, che di quella prima vittoria ebbe molto gran gioia.
Allora ebbe Scipio Cornellio molto gran dolore quando fu ferito, e
pi per sua gente che morta era, la quale aveva di Roma menata; e per
quella ontia vendicare assembr gente, e richiese quanto pot il pi
tosto che pot, e ritorn contra lo re Anibal, il quale odiava dentro a
suo cuore, perci che tal dannaggio gli aveva fatto, come di sua gente
uccidare e tagliare, e assembrare al fiume di Trema.

Sappiate che la battaglia fu ine grande e pericolosa, ed allora furo
ine li Romani sconfitti e tutti morti e messi a perdizione. Publio
Semplonio lo consolo, ch'era in Cicilia, seppe ed intese che Scipio suo
compagno aveva auto s gran dannaggio di sua gente e di sua cavallaria.
Allora si mosse con tutta la sua gente e con quanto aiuto elli pot
avere con lui per venire centra Anibal, e per vendicare li Romani del
gran dannaggio e della gran perdita ch'egli avevano fatta; e tanto and
Sempronio consolo con tutta sua oste, che venne ove li Romani erano
stati sconfitti l'altra fiata, e l trov ancora lo re Anibal e sua
gente, che veniva incontra al consolo a battaglia; e sappiate che l
furo fatte grandi prodezze per l'una parte e per l'altra per difendare
loro corpi e loro vita e loro avere. In quella battaglia fu lo re
Anibal ferito d'una saetta molto duramente, ma sappiate che non mor a
quella fiata, anzi lo' vend molto cara l'ira e lo corruccio ch'egli
ebbe di sua piaga e del dolore e dell'angoscia ch'egli ebbe; fu elli s
ripreso di mal talento, che fece tanta di prodezza e d'ardimento, poi
che fu ferito, che pi di mille Romani ne perdero la vita. E sappiate
che Publio Sempronio fu sconfitto in quello stormo, ch'era consolo e
molto buono guerriere e valente cavaliere, e s vi fu s villanamente
menato, ch'a pena ne scamp, e cos ebbero li Romani gran perdita e
gran dannaggio dallo re Anibal a quella fiata.

NOTE:

[24] Il Cavalcanti nella _Medicina del cuore_, 235: Come s'appressima
la salute, cos s'appressima la tentazione.

[25] _Punsero_; nel _Ciriffo Calvaneo_, 3: Ed in un tratto poi il
destrier brocca.




                                  XV.


Anibal inforz e crebbe molto contra li Romani per queste vittorie in
tal modo, che la maggiore parte di quelli di Italia vennero a sua merc
per paura ch'egli avevano di lui e di sua gente, e s si sottomissero
a sua signoria, e lassaro li Romani con chinche eglino erano, e l
soggiorn Anibal tutto verno, e quando venne la primavera, elli si
misse in via per venire in Toscana. Ma s tosto come venne al monte
Apennino, venne una s gran tempesta di nieve e di gragnuola mescolata
insieme, e con ci folgori s aspre e s maravigliose, che ci era
terribile cosa a vedere, per la quale cosa due mesi tutti interi non
si potero mutare; anzi furo caricati li olifanti e camelli e cavagli e
altre bestie e tutta l'oste di nieve e di freddura e di gragnuola in
tal modo, che appena si potevano tenere in piei n muovare, ed erano
s coperti di nieve l'armadure e le bestie, che non si cognoscevano di
che pelo si fussero. E sappiate che lo re Anibal perd molti de' suoi
cavalieri e delle sue bestie per la gran freddura che non potevano
sofferire, e di poco si fall, che tutti li olifanti non perdero la
vita. E quando Anibal vidde ci, elli si part il pi tosto che pot
della montagna; e sappiate che ci non fu niente grande maraviglia,
se si partiro d'onde eglino avevano auto tanta pena e travaglio, e
per questa pistolenzia e per questa disavventura ricevette lo re
Anibal molta grande perdita e molto grande dannaggio maggiore che none
aveva fatto in tutta l'altra via. Allora se n'and Scipio figliuolo
dell'altro Scipio, ch'era stato sconfitto per lo re Anibal nelle terre
di Spagna.




                                 XVI.


Allora e in quello tempo avvenne a Roma uno maraviglioso segno e per
tutta la contrada, sicch i Romani ne furono s sbigottiti, che non
sapevano che si fare di loro medesimi, imper che 'l sole scurossi
a tutto e menov s che quello che se ne vedeva, non era quanto una
stella delle pi picciole, e quelli d'Arpos viddero nel cielo scudi
veramente, per quello che lo' paresse, s ordinati, come se dovessero
combattare, e s viddero venire a battaglia il sole e la luna l'uno
contra l'altro, e l'uno percuotare l'altro, e quelli di Campagna
viddero due lune insieme nel cielo, e in Sardegna viddero due scudi che
gocciolavano sangue, e molti altri viddero cadere da cielo gocciole di
sangue.




                                 XVII.


Queste novelle ch'io v' qui dette, spaventaro molto li Romani,
che credevano che ci fusse segno della distruzione di Roma per lo
re Anibal, che molto avea perduta della sua gente per la smisurata
freddura, siccome voi avete udito; ma perci non lass niente
Anibal, che elli assembr tutta sua gente quanta ne pot avere e
concogliare[26], e s si posaro e presero agio e scaldaronsi, come
coloro che grande bisogno n'avevano; e quando furo posati e invigoriti,
ed ebbero passato quello grande disagio e quello grande dolore
ch'eglino avevano auto dinanzi, lo re Anibal li fece muovare d'inde,
e s se n'and in quella parte di Italia, ove Saramma[27] corre, il
quale traboccava ed era uscito del suo letto per le gran piove del
forte verno ch'era stato, e per le grandi nievi delle montagne, che gi
erano discese. E sappiate che lo re Anibal si misse per queste vie,
perci che li senatori di Roma avevano mandato lo consolo Flammineo
con molta buona cavallaria per combattare con lui, e s era gi tanto
andato questo consolo, che s'era attendato sopra al lago Trasimeno con
sua cavallaria.

NOTE:

[26] _Concogliare_ per _raccogliere_ non trovasi nei dizionarii.

[27] Il Sarno?




                                XVIII.


Lo re Anibal, che molto era sottile e malizioso e savio di guerra,
si misse per le campagne, ove l'acque erano state, ch'erano ristate
e tornate addietro, ma innanzi che n'escisse, ricevette molto grande
dannaggio di sua gente e di sue bestie, ch l'acque ch'escivano de'
fiumi e de' paludi e delle valli grandi, li molestavano s duramente,
che non sapevano che si fare e dove andare o tornare. Allora l venne
molto gran dannaggio e mala ventura, che si imbattero ne' paludi, che
la riviera aveva ripieni, e sopra tutto ci gli assalse la freddura,
e perdeano spesso l'uno l'altro, che per la nebbia non si potevano
vedere, e per ci perde molta di sua gente lo re Anibal, e ci non fu
niente maraviglia, tanto dolore avevano e tanta mala ventura, ed elli
medesimo appena scamp vivo in sur uno olifante, che gli era rimasto di
tutti quegli ch'egli aveva menati con lui di lontane contrade.




                                 XIX.


Sopra questo olifante era lo re Anibal, quando elli usc fuore di
questo palude e di queste gravose vie. Allora perd lo re Anibal uno
occhio, il quale di prima avea molto infermo, che per lo grande
travaglio e per la grande freddura l'isc fuore della testa; ma non di
meno per tutte queste sciagure non lass che non cavalcasse l ov'elli
sapea che Flammineo lo consolo era con sua gente, la quale era in loro
tende, e s tosto com'elli s'appressim, elli fece sonare suoi corni
e sue trombette e sue genti armare e ordinare per schiere; e cos
fece Flammineo lo consolo, che molto avea con lui gran gente appi e
a cavallo. Questa battaglia cominci sopra 'l lago di Trasimeno, e
sappiate che tutto ci fece fare lo re Anibal a pensato, per mettare
pi tosto li Romani in isconfitta e a perdizione. L cominci tra
queste genti gran battaglia e orribile e maravigliosa e piena di grievi
affanni e dolore. Lo re Anibal, che molto sapea d'ingegno e di malizia,
fece sue schiere ritrare verso le tende, perci che volea li Romani
mettare verso il lago, sicch non potessero in nulla maniera da nulla
parte tornare a fortezza n a sussidio veruno, se non si mettessero
in forti poggi, ove fussero certi che perdarebbero la vita tosto, n
scampare non potrebbero in nulla maniera. Allora s'appressaro s che
delle lancie e delle spade si potevano ferire e danneggiare l'uno
l'altro.




                                  XX.


Allora vi dico che non lassaro per niente che non s'andassero a ferire
l'uno l'altro e uccidare senza nissuno risparmio; l volavano dardi
e saette, che l'uni e l'altri traevano s spessamente pi che la
piova che cade da cielo; e bene sappiate che l lo' fece molto bene
lo consolo Flammineo e li altri Romani che l erano, che difendevano
loro e loro terre valentemente, ma poco lo' valse alla fine, ch vi
fu morto lo consolo Flammineo, buono cavaliere e savio e pieno di
gran prodezza e di grande ardimento. E bene sappiate che poi che fu
morto, si difendero s duramente li Romani come ardita gente e forte,
s che tolsero la vita a pi di mille di quelli dello re Anibal. L
fu la battaglia s orribile e s grande, che le storie raccontiano,
che quella contrada in quello tempo trem s forte, che molte case e
difizii caddero per terra, e pi montagne avallare giuso; e sappiate
ch'e fiumi lassaro loro corso e tornarono addietro tanto quanto lo
tremuoto bast, ma di tutto ci non sentivano niente coloro che
combattevano, tanto attendevano l'uno l'altro a uccidare; e l furo
tutti sconfitti li Romani, senza che, siccome io v' detto, lo consolo
Flammineo, che tanto era pro' e ardito e pieno di grande virt, vi fu
morto, e con lui vinticinque migliaia di sua gente, e se' miglia presi,
e quagli non perdero allora la vita, anzi li fece lo re Anibal mettare
in prigioni, e mandonne in Cartaggine tutto l'avere e la gran preda,
ch'avevano guadagnata della battaglia.




                                 XXI.


Cos fu lo consolo Flammineo morto e sua gente altres tutta vinta, ma
li Romani che gran dolore facevano, mandarono lo consolo Fabio Manlio
incontra lo re Anibal, s che poco lo' valse, fuor ch'elli stroppi
allo re Anibal l'andare di Puglia, lo quale paese li Romani avevano
pressoch tutto preso, come gente piena di forza e d'ardimento, ed
Anibal li volea rimettare nella signoria di Cartaggine, la quale cosa
molto desiderava. Ma sappiate che nella fine fu Fabio Manlio sconfitto,
e sua gente venta e messa a destruzione. Allora se n'and Anibal in
Puglia per la contrada prendare e mettare in sua signoria, e tanto
cavalc che vi giunse. Ine avea molte terre piene di molti beni,
siccome appare ancora, e sappiate che l fu molto lo re Anibal ad
agio e tutta sua gente, e molto erano lieti per le grandi strette che
avevano aute.




                                 XXII.


Allora avvenne nell'anno DXLI, che Roma era stata primamente fondata,
ch'e senatori e consoli e tutti li altri uomini di Roma erano tutti
sbigottiti delle gran perdite e de' grandi dolori, ch'egli avevano
riceuti, e dello re Anibal, che s l'incalciava e s li distruggeva
per sua buona cavallaria, ch'elli aveva menata con lui, la quale e
Romani dottavano molto duramente. Allora s'assembrare li savi uomini
e possenti di Roma, per conseglio prendare e domandare che potessero
fare sopra lo re Anibal, il quale non intendeva se none a prendare
e distruggiare Roma, e per queste cose vendicare fu eletto Emilio
Publio; e bene sappiate che questo consolo era molto buono cavaliere
e valente e ardito, e s era nato di grande lignaggio. Costui fu
mandato contra lo re Anibal, che molto aveva fatto grande danno a'
Romani, e perci and questo consolo contra lui con grande gente per
lui sconfiggiare se potesse; ogiomai appresso costui non averebbero
conforto n speranza di lui vinciare, che tanti ve n'avevano mandati,
che poco era rilevato, che ci era maraviglia, e perci erano li Romani
sbigottiti e smagati.




                                XXIII.


Allora e in quella battaglia andaro li senatori e consoli e li alti
uomini di Roma, ch'erano chiamati pretori, e molta gente appi e a
cavallo in s gran quantit, che ci era una maraviglia; e sappiate
certamente che questa fu la pi gran parte della forza di Roma. Cos
come voi udite, si mossero li Romani con grande apparecchio e con
molta grande forza per andare contra lo re Anibal, che molto era
altres bene apparecchiato dall'altra parte con s gran gente appi
e a cavallo, che ci era una maraviglia. Emilio, a cui li Romani
erano ubidienti, cavalc tanto per sue giornate elli e Romani appi
e a cavallo, che vennero in Puglia e albergano dinanzi alla citt di
Cannes presso d'una foresta in una bella prataria sopra una riviera,
che corriva verso il mare bella e chiara, e l si riposaro li Romani,
perci che viddero il luogo bello e chiaro e netto, e la prataria
grande e bella, e loro cavalli si riposaro altres, e s apparecchiaro
loro armi, e ci che apparecchiare si debba a battaglia. E sappiate
ch'e Romani erano sicuri d'avere una grande battaglia, imper che
lo re Anibal l'era assai presso, il quale non fin e non cess di
venire contra loro con tutta sua gente; e sappiate che s tosto come
li Romani e li Affricani si viddero, elli si armaro tantosto sanza
indugiare, ed assembraro allora per tale forza, che pareva certamente
che 'l cielo s'inabissasse sotto loro piei; e sappiate che l non aveva
mestiere nullo giuoco n nulla gabbara, ch non v'era s ardito che
non fusse in gran dottanza e in gran paura di non per dare la vita.
E bene sappiate che cuore codardo non v'aveva mestiere, che vedevano
bene che lo' conveniva passare per mezzo de' ferri, ch la cosa era
cos divisata per l'una parte e per l'altra, imper che diliberato
avieno l'una parte e l'altra o d'essare tutti morti o presi, od egli
averebbero sopra di loro nemici la vittoria; e quando le schiere furono
tutte venute insieme, bene potete certamente credare, che molti vi
cadevano, che poi non si rilevavano, imper che morivano. L furo teste
e braccia tagliate, e s v'ebbe assai cavalieri pro' e arditi feriti,
che non ne scamparo di quello d; onde fu molto grande dannaggio e
molta grande tribulazione; e sappiate che mai dinanzi a Troia non fu s
grande battaglia n s crudele, come fu quella.




                                 XXIV.


Della battaglia che fu in Puglia collo re Anibal, la quale io vi conto,
vi dico io ch'ella non fu tosto finita, imper ch'e Romani volevano
prima morire ch'essare venti o cacciati del campo, e le genti dello
re Anibal, che molto erano usati d'avere vittoria sopra loro nemici,
non volevano perdare uno pi di loro terreno per paura di loro nemici;
e per questo grande orgoglio, ch'era nell'una parte e nell'altra,
e per lo grande ardimento che avevano, che mostravano che avessero
maggiore voglia di morire che di vivare, e cos dur la battaglia tre
d interi, e s vi furo morti vinti miglia uomini o pi, che non vi
sarebbero morti, se la battaglia fusse per alcuna delle parti lassata.
Ma sappiate che ci non poteva essare, anzi incresceva molto a tali
che v'aveva, che la notte veniva s tosto, che li faceva dipartire e
ritrarre addietro, e tali v'aveva che disideravano la morte, per ci
che lassi erano e duramente difendevano loro riposo; e sappiate ch'ello
durava poco, come infine alla mattina e all'ora erano montati li buoni
cavalieri a cavallo e armati, e li buoni pedoni apparecchiati, che loro
schiere ordinavano per assembrare alle mortali battaglie.




                                 XXV.


Infra la gente dello re Anibal e li Romani che l erano, era la
battaglia s intrapresa, che tutti erano alla battaglia per avere
vittoria tale, come ciascuno aspettava d'avere; e sappiate che di
quella battaglia avvenne peggio a' Romani che mai avvenisse in nulla
battaglia, e sappiate bene che gran dolore e gran gravezza averebbe
altri di contiare e di dire s fatta perdita, come e Romani fecero, se
fussero stati Cristiani, ed avessero adorato il nostro Signore Iddio,
imper che in questa battaglia che io v' detta, vi fu morto lo consolo
Emilio e vinti altri tra consoli e pretori di Roma, e quali menavano e
conducevano Roma, e anco vi furo morti trenta senatori, onde la citt
di Roma fu duramente sconsigliata, e fuvi morti bene cento dieci altri
uomini nobili e di grande lignaggio, e tre milia cavalieri e bene
quaranta migliaia di pedoni tutti provati e pieni d'ardimento e di
gran prodezza[28]; e sappiate bene certamente, che innanzi che quelli
che io v' detti, morissero o fussero presi, n'uccisero molti di loro
nemici e molto duramente li menovaro, e allora fu la forza dello re
Anibal molto menovata.

Uno consolo che aveva nome Varro, si fugg con cinquanta cavalieri
verso Morinde, quando vidde che tutta sua cavallaria fu venta e morta,
e di ci non siate in dottanza, che quello d non fu l'ultimo della
battaglia, ch sappiate che se lo re Anibal n'avesse auto o uno o
due pi, l'onore e la podest di Roma era al tutto perduta senza
potere ricoverare; e sappiate che se lo re Anibal, ch'era molto buono
cavaliere e pro', fusse andato dritto a Roma quando ebbe la battaglia
venta, l'arebbe presa senza contradizione nissuna; ma elli non fece
niente cos, perci che non se ne accorse, e altri non pu essere
d'ogni cosa appensato, ma sappiate che lui fece ine dimoro molto gran
prezzo e molto longo tempo. Poi fece un'altra cosa, che fece tutto
il campo cercare per sua gente cognosciare da' Romani, imper che li
voleva fare sotterrare e onorare secondo l'usanza del paese; e quando
ebbe ci fatto, elli fece prendare tutti li corpi de' suoi uomini
ch'erano morti, e s li fece ardare e mettare in cenare, ch cotale
era il costume del paese a quel tempo. E quando tutto ci fu fatto, lo
re Anibal fece trarre tutte l'anella del dito a' Romani, e sappiate
che quelli che portavano anello in dito, erano e pi alti uomini di
Roma, e quali uomini erano stati morti nella battaglia; e s li fece
tutti ragunare insieme, e poi li fece misurare con dritta misura, e
mandonne in Cartaggine tre mine e pi in testimonio della gran vittoria
ch'avevano auta contra a' Romani, e in tale maniera vi furo portati
per buoni messaggi che Anibal vi mand; e quando quelli di Cartaggine
viddero queste cose e questo bel presento[29], ne furo s lieti e s
gioiosi, che ci fu maraviglia, imper che non potevano credare di
potere avere vittoria contra s forte gente, come erano li Romani.

NOTE:

[28] Eutropio dice che in quel combattimento periit milius Paulus
consul, consulares et praetorii XX, senatores capti aut occisi XXX,
nobiliores viri CCC, militum XL millia, equitum tria millia et
quingenti.

[29] Il Boccaccio nelle _Rime_:

  E allora ch'Annibal ebbe 'l presento
  Del capo del fratel.




                                 XXVI.


Ora sappiate ch'e Romani ch'erano a Roma a quel tempo, caddero allora
in s grande disperazione, che nullo il potrebbe dire, perci ch'egli
erano cos sconfitti e vinti da Anibal, e furo in s gran confusione,
ch'e senatori ebbero gran volont di lassare la citt di Roma e tutta
la terra di Italia, e d'andare a trovare altre terre e altre contrade
stranie, ove potessero abitare pi comodamente, imper ch'egli erano
in s gran sospezione, che credevano tutti essere morti e distrutti
in picciolo tempo, e none aspettavano aiuto n soccorso da persona
del mondo. Queste cose e parlamento disse primamente Cecilio Metello,
uno de' maggiori consoli di Roma, e cos tutti li altri l'avarebbero
volentieri fatto e consentito, e s avarebbero la citt tutta vota, se
non fusse uno savio uomo che l era, che aveva nome Cornellio Scipio,
ed era allora conestabile della cavallaria, il quale fu poi chiamato
Scipio Affricano. Costui trasse la spada fuore tutta innuda dinanzi a
coloro ch'erano al conseglio, e disse una parola di molta fierezza e
di gran prodezza, che disse che innanzi che lassasse la citt di Roma,
elli tutto solo combattarebbe con tutti suoi nemici e la difendarebbe
da tutti, malgrado dello re Anibal e de' suoi, n ellino non fussero
s arditi che lassassero la signoria di Roma, ma fussero tutti
prod'uomini e leali; e s difendarebbero molto bene a loro podere
loro paese e loro contrada, e non facessero s che di loro andasse
mala fama in altrui paese, che troppo grande ontia e troppo grande
malvagit sarebbe, ma fussero di buono cuore tanto come vivessero, e
s guardassero bene loro onore e loro franchigia e loro drittura, ch
ci dovevano bene fare; e tutti li valenti uomini e quelli che savi
erano, non dovevano niente tanto dottare la morte, che n'avessero
ontia e disonore, imper che non avevano a morire pi ch'una volta, e
meglio lo' veniva di morire a onore che di vivare in vilt. Per queste
parole e per pi altre che Scipio disse, e per lo grande tremore di
lui tornaro li Romani in buona speranza, e furo tutti rassicurati come
coloro ch'erano tutti sbigottiti, e poi presero cuore e ardimento per
le parole d Scipio.




                                XXVII.


Allora e in quello tempo ch'e Romani erano s intrapresi, li principi
e tutti li maggiori della citt furono insieme; infra loro era uno
giovano uomo, che Junio era chiamato, il quale era molto alto uomo
e pro e ardito e di molto grande scienza. Questo Junio ragun tanti
giovani insieme d'et di diciesette anni e di meno, infra li quali non
era nissuno che passasse diciesette anni per quello ch'altri sapesse,
e di questi giovani ne ragun tanti quanti ne pot avere, e quando gli
ebbe, tutti ragunati, egli gli fece tutti cavalieri per lo bisogno che
allora era in Roma; e quando ebbe ci fatto, elli fece contiare tutta
sua gente e cavalleria, e si trovarono quattro legioni tutti armati.
Erano ciascuna legione sei milia sei cento sessantasei cavalieri,
siccome io v' detto altra fiata; tanti cavalieri erano allora a Roma
di rimanente, e s erano tutti giovanotti, che none dovevano essere
cavalieri da inde a buon tempo. Allora pens Junio un'altra cosa, che
tutti e servi ch'erano grossi e membruti e di bella forma, fussero
franchi e tutti cavalieri, e cos fu fatto, come elli divis.




                                XXVIII.


Allora era Roma in grande stretta, quando lo' conveniva fare cavalieri
de' servi e de' giovani per loro difendare, e molti ve ne furo, a
cui falliro e l'armi per armarsi nel tempio di Jano, che tutto ne
soleva essare pieno; ma allora lo' convenne andare agli altri tempii
per lo bisogno, per gli scudi e per l'arme, che gli alti uomini
v'avevano messe per loro Iddii onorare, in cui avevano fidanza, e col
mancamento dell'arme, che nella citt era s grande, fallivano l'altre
ricchezze e l'avere, del quale solevano tanto avere in comune, che
tutto loro bisogno ne facevano; ma ora erano tutte spese e andate a
niente, onde era molto grande dannaggio, che tutto era speso per le
crudeli battaglie ch'eglino avevano auto; ma allora ragunaro insieme
tutto l'avere che avevano e ricchi uomini e povari, per difendare la
citt da' loro nemici. Junio, che di tutta la citt aveva la cura e
la signoria per lo senno e per la bont che in lui era, comand per
accresciare sua forza e suo aiuto, che tutti li sbanditi della citt o
contado, per qualunche cosa si fusse, tornassero sicuramente in Roma,
sapendo che tutti sarebbero fatti cavalieri dal comune di Roma. Quando
queste novelle furono sparte per lo paese, e coloro ch'erano sbanditi
l'udir dire, ellino si ragunaro insieme e vennero tutti a Roma,
che furono bene otto milia, e furono fatti cavalieri per la citt
difendare e guardare.




                                 XXIX.


Intanto tutta Campagnia e tutta Italia si rend allo re Anibal, imper
che disperati erano ch'e Romani mai potessero avere onore o signoria, e
rendersegli citt e castella e ville, e sottomissersi alla sua signoria
del tutto, e anco in quello tempo li Gallici assembrarono gente per
andare contra a' Romani. Contra a costoro fu mandato Lucio Ponponio,
che consolo era allora, ma male ne li avvenne allora, perci che lui e
sua gente furono sconfitti e morti, e pochi ne tornarono addietro. Cos
avvenia allora a' Romani e cresceva loro male di d in d, e s erano
sbigottiti, che non sapevano che si fare; ed allora erano consoli di
Roma Sempronio Gaio e Quinto Fabio[30]. Per lo conseglio di costoro fu
mandato Marcello contra lo re Anibal, ch tutto lo regno di Puglia e di
Calavria e di Italia e di Campagnia ubbidivano a lui, e facevano sue
comandamenta. Questo Marcello Claudio ch'era consolo, and tanto lui e
sua gente, ch'elli assalse lo re Anibal e sua oste a uno stretto d'una
riviera, dov'elli doveva passare l'altro d, ed ine l'assalse Marcello,
e da pi parti fece gridare _Roma_ e sonare trombe e corni, d'ond'elli
sbigott molto lui e sua gente duramente per lo grande romore e per
lo grande grido; e sappiate che l fu gran parte della gente dello re
Anibal sconfitta e distrutta, imper che di niuna persona dubitavano,
n di questo incontro non prendevano guardia; e s tosto come lo
consolo si pot partire, elli si trasse addietro col grande guadagno
ch'elli aveva fatto, e lo re Anibal, che passati avevano l'acqua,
s'attendaro dolenti e corrucciosi di questa sconfitta; e queste
novelle furo tosto sapute a Roma, d'onde gran gioia fu fatta, ch non
potevano credare che nullo potesse danneggiare lo re Anibal; ma Claudio
Marcello lo danneggi molto duramente e grav. Ma infra li mali, grandi
avventure e grandi pericoli, ove li Romani erano, fu Claudio Marcello
lo primo che lo' donasse speranza di potere lo re Anibal sormontare e
vinciare.

NOTE:

[30] Sembra che fossero allora (anno 538 circa di Roma) consoli Quinto
Fabio Massimo e Tito Sempronio Gracco II. L'amanuense nel trascrivere i
nomi incespica quasi sempre.




                                 XXX.


Allora mand lo re Filippo di Macedonia suoi messaggi allo re Anibal,
e s li mand a dire ch'elli mandarebbe aiuto di buoni cavalieri e
d'altra gente incontro a' Romani per tale condizione, che quando elli
avesse Roma distrutta, che lui l'aitarebbe contra i Greci, che molto
il guerreggiavano. Li messaggi di Macedonia cavalcaro tanto per loro
giornate, che per avventura incontraro li Romani per la via, e allora
furono presi e menati a Roma, e s li menaro dinanzi a' senatori ed a'
consoli per sapere e domandare la verit del fatto di ci che cercavano
collo re Anibal, e che novelle e' portavano, e s tosto come li
messaggi furono dinanzi a' senatori, s lo' convenne dire, volessero o
no, tutta la certezza del fatto; e s tosto come li senatori e consoli
ne seppero la verit, ellino mandarono in Macedonia Valerio Nimio[31]
consolo per combattere co' Macedoni, s che fussero ingombrati in tale
maniera, che allo re Anibal non potessero dare aiuto n soccorso.

NOTE:

[31] Valerio Levino (an. 541 di Roma.)




                                 XXXI.


In quello tempo li senatori e popolo di Roma elessero li due Scipioni,
che andassero in Ispagna contra Astrubal fratello dello re Anibal, che
l era. Questi due Scipioni andaro tanto, che condussero loro genti
in Ispagna contro allo re Astrubal, che l era rimaso, per acquistare
lo reame. L furo molto grandi battaglie infra li Romani e li Poonii,
de' quali Astrubal era signore; e sappiate ch'e Romani fecero molto
bene in quella battaglia, ch'ellino sconfissero lo re Astrubal e tutta
sua gente, de' quali fecero molto grande dannaggio e molta grande
perdizione, che s come Eutropio conta e Orosio lo testimonia, ch'egli
uccisero e presero bene vinticinque milia d'uomini; e s lo danneggiaro
ancora in altra maniera, ch'io vi dir, ch'e Cartaginesi avevano
soldati li Tiberieni, una gente molto ardita e molto cavallerosa[32].
Costoro soldaro li Romani e tolserli a' loro nemici; ma quelli di
Cartagine mandarono ad Astrubal dodici milia di pedoni e quattro milia
cavalieri, e s li mandaro venti olifanti per accresciare sua forza,
e ancora mandaro molta di loro gente nell'isola di Sardegna. Contra
costoro mandaro li Romani Manlio Torquato consolo per combattare contra
a loro, imper ch'e Romani avevano lassati per lo re Anibal, a cui
s'erano dati.

NOTE:

[32] _Cavalleresca_;  voce nuova ai dizionarii; forse dinota anche
dovizia di cavalleria.




                                XXXII.


Cos come voi avete udito, erano li Romani caricati in quattro parti
di gravi e crudeli battaglie: l'una contra lo re Anibal in Italia,
che troppo l'era presso, l'altra in Macedonia contra lo re Filippo,
l'altra in Ispagna contra Astrubal, la quarta in nella terra di
Sardegna; e bene sappiate che tutte queste genti, che in queste
quattro parti erano, se fossero tutte insieme contra lo re Anibal, si
credarebbero avere poca gente per loro soccorrare ed aitare, e ci era
grande maraviglia come potevano tanto durare; ma sappiate che troppo
and la cosa peggio che non credevano, che Manlio Torquato, che fu
mandato in Sardegna, sconfisse li Cartagginesi, ed uccise di loro genti
dodici migliaia d'uomini, e s ne prese bene due milia, e mandolli a
Roma colla preda e collo acquisto ch'egli aveva fatto, e cos vinse lo
consolo Junio li Macedoni, ch'erano molto forte gente e molto ardita,
e s conquist molta preda e molto avere; e Claudio Marcello, che
molto era nobile cavaliere e pro, s prese a molta gran pena la citt
di Serragozza e la terra di Sicilia, che molto era diviziosa terra e
piena di tutti beni, la quale aveva per altre volte assediata, ed alla
prima fiata che l'assedi, nolla pot prendare in nulla maniera, n
per ingegno che sapesse fare o pensare, s vigorosamente la difendeva
Archimede, ch'era cittadino della citt, che per suo senno e per sua
forza distruggea tutti l'ingegni, ch'e Romani facevano per la citt
prendare. Ma altri non die sua matera tralassare se non il meno che
pu; perci vi dir dello re Anibal, per seguitare la storia che io v'
cominciata, e sappiate che mai in vita vostra non udirete parlare di
pi vera storia, n ove abbia meno falsit e bugie; e per meglio dire
la verit, ve la contio senza nulla rima, onde  pi da credare e da
pregiare.




                                XXXIII.


Il decimo anno che lo re Anibal era venuto in Italia, allora erano
consoli di Roma Gaio Fulvio e Pubblio Supplizio[33], grandi signori
e molto valenti, e bene sappiate ch'e' dottavano poco lo re Anibal
e tutto suo potere; ed in quello tempo mosse lo re Anibal tutta sua
oste di Campagnia, ov'elli avea molto soggiornato, e venne presso a
Roma ad una lega e mezzo, e l s'attend con tutta sua gente, che
molto era grande e bella, e alloggioro in sulla riviera del Tevare,
e allora corsero li scorridori infino alla citt, ove le genti erano
molto spaventate, che alla fine credevano essere tutti morti o presi.
Li senatori e li alti baroni di Roma e tutto l'altro popolo, che l
entro erano, stavano in molta gran sospezione della citt guardare e
difendare, e di procacciare dardi e saette e altre armi difendevoli;
e spezialmente l'alte donne di Roma erano duramente spaventate e
sbigottite, che per la gran paura ch'aveano, parea che fussero fuore
di loro sentimento; ed appresso s corrivano suso per le mura e per
le bertesche di Roma, ch'erano cariche di pietre e di lancie e di
balestre, d'onde primamente volevano difendare la citt, s'ella fusse
assalita.

NOTE:

[33] Caio Fulvio Centumalo e Publio Galba Massimo.




                                XXXIV.


Mentre ch'e Romani erano s duramente sbigottiti, lo re Anibal fece
tutta sua gente armare e sua cavallaria, e s cavalc primamente nella
fronte dinanzi Anibal con molta gran parte di sua eletta cavallaria, e
non fin per infine tanto che venne presso alla citt orgogliosamente
e fieramente, imper ch'elli credette avere senza indugio la citt,
e non credette niente che si potessero longamente tenere contra a
lui; ma quando giunse l, e vidde che le porti non gli erano aperte,
e vidde che coloro delle mura li gittavano pietre e dardi e saette,
sappiate che n'ebbe grande ira, e perci fece sua gente ordinare e
schierare a battaglia, ed appresso fece fare ingegni per le mura
assalire; ma quando li senatori e li alti uomini viddero ci, ellino
parlarono insieme, e dissero che meglio lo' venia d'uscire della citt
e combattare collo re Anibal, che stare dentro alla difesa della citt,
e meglio lo' venia di morire ad onore in difensione di loro paese e di
loro contrada, che essare presi per forza dentro alle mura e menati in
servaggio.




                                 XXXV.


S tosto come ci fu divisato e detto, ellino assembrarono allora tutta
loro gente e loro forza e loro potere, e tutti coloro che arme potevano
portare, furo tutti ragunati in Campidoglio, ed allora furo pregati
che arditamente e vigorosamente combattessero, siccome per loro
difendare e loro donne e loro figliuogli, ch'e loro nemici desideravano
di menare in loro contrada per fare loro volont. A queste parole furo
le schiere ordinate, e le nobili donne e le pulzelle saliro su per
le mura della citt, tutte spogliate di loro migliori robbe, per la
citt difendare, se loro gente fusse sconfitta. Intanto furo li Romani
usciti della citt, e nullo pensiero avevano, se non o essare tutti
morti o tutti presi innanzi che tornare per forza dentro alla citt.
Quando lo re Anibal vidde che li Romani erano usciti tutti fuore di
Roma contra di lui nella campagna, e tutti ordinare e apparecchiare
per combattare, elli si pens bene ch'ellino non volevano tornare
addietro, che loro si vendicarebbero del duolo e del dannaggio ch'elli
l'aveva fatto; e perci comand che sue genti fussero bene ordinate e
schierate per combattare, e pens che se potesse tanto fare, che si
mettesse tra loro e la citt, giammai uno solo non avarebbe potere di
ritornarvi nella citt; e tantosto furo d'una parte e dell'altra le
schiere ordinate assai tostamente, ma s tosto come quelli da cavallo
si volevano muovare per combattare, e quelli da piei s'erano gi tanto
appressimati, che gi gli archi tiravano per trarre l'uno all'altro;
e intanto venne una s gran piova ed uno s gran vento mescolato con
gragniuola, e d lo' adosso per s fatto modo, che mai s grande piova
e grandine non avevano veduta, e ci fu una delle maggiori maraviglie,
che altri udisse mai parlare.




                                XXXVI.


Quella piova fu s grande, che appena potevano vedere l'uno l'altro, e
non si potevano cognosciare l'uno l'altro, e non si potevano tenere
ritti, n tenere suo scudo n sue armi, s duramente l'oppressava la
piova, che li mollava[34] troppo forte. Per questa avventura tutti
li cavalieri ch'erano armati, e tutti e pedoni e cavalli poco si
falliva che non venivano meno del tutto, e s non sapevano partire
loro schiere, che assembrare dovevano; e medesimamente quelli della
citt appena tornarono dentro, e quelli del campo tornarono a' loro
padiglioni, e cos rimase la battaglia il d per la piova che fu
cos smisurata; ma la mattina s tosto come apparve il giorno, e 'l
sole rendea suoi raggi sopra la terra, s'apparecchiaro nell'oste per
combattare, e dall'altra parte quelli della citt s'apparecchiavano di
loro armi, e s le fecero rischiarare, che erano tutte scure per lo
forte tempo che avevano auto, imper che le volevano belle e chiare
mostrare a' loro nemici, e dall'altra parte volevano tosto andare alla
mortal battaglia; e s tosto come furo nella campagna tutti assembrati
e apparecchiati per ferire l'uno l'altro, ed eccoti siccome lo d
dinanzi una s gran tempesta e pi forte assai che quella dinanzi, e
con s grande tempesta lo' venne adosso, sicch era una maraviglia,
sicch lo' tolse l'ardimento e 'l coraggio, che l'uno avea di tollare
la vita a l'altro. E cos come avevano fatto l'altro d, s si
tornarono addietro a' loro alberghi; e per cos maravigliose venture
s si trasse lo re Anibal addietro nella campagna, che li fu veramente
avviso alle disavventure che aveva aute, che lui li sottomettarebbe e
signoreggiarebbe, e farebbe di loro e di tutta la contrada tutta sua
volont, fuore solamente della citt di Roma; e di ci era bene sicuro,
per ci che sapeva bene che ella era di troppo grande forza.

NOTE:

[34] _Macerava_ o _allentava_.




                                XXXVII.


Ora sguardate come ci pu essare, che Roma non fusse presa a quella
fiata, e ci non fu per la forza ch'e Romani avevano, anco fu per la
volont del nostro Signore Jes Cristo, da cui ebbero buono aiuto e
buono soccorso; e sappiate che per la loro forza non fu niente, imper
che s'eglino avessero auta altrettanta gente, quanta eglino avevano,
non avarebbero potuto contra lo re Anibal n forza n vert, tanto avea
lo re Anibal gran gente e forte, e insieme con tutto ci erano pieni
di s grande ardimento e di s grande prodezza, ed erano s duri per
male sofferire, che ci era una grande maraviglia. Or sappiate dunque,
e di ci non siate in dottanza, che ci fu per volont del nostro
Signore Iddio, che Roma fu a quella fiata difesa, imper che non volse
per sua piet e misericordia che allora la citt fusse distrutta del
tutto, la quale avea eletta ad essare donna e capo del mondo e di tutta
Cristianit, avvenga ch'allora fusse maestra degl'idoli e della legge
pagana; e ci possono bene sapere quegli, che la grande potenzia di Dio
nno cognosciuta, e perci fu Roma difesa, ch'ella non fu presa dallo
re Anibal, ch'aveva la forza grande, e Dio la difese in tale maniera,
come voi avete udito, che lo' mand le gran piove da cielo.




                               XXXVIII.


Di ci vi lassar ora stare, che ciascuno che  senno e discrezione,
pu bene sapere e cognoscere che assai sono pi grandi l'opere del
nostro Signore Dio e suoi provedimenti, che non si possono dire n
pensare. Io v' detto come li Romani sconfissero Asdrubali in Ispagna;
ora dir del re Anibal, che per tutta Italia, s grande com'ella ,
tenea sua signoria, ch chi  il principio d'una cosa inteso e non la
fine, non sa che se n' avvenuto, e avviene che ne perdono loro buono
intendimento, ch'nno auto al principio; e perci  buona cosa di
seguire in ordine ci che altri comincia, e perci mi conviene tornare
a ci quando luogo e tempo sar, e seguire la materia s che altri la
possa bene intendare.

Astrubal, il quale era sconfitto in Ispagna, siccome voi avete udito
addietro, assembr sua gente con quella ch'e Cartagginesi li avevano
mandata, e s cavalc e torn verso e Romani, ov'era Cornello Scipio e
l'altro Scipio, amenduni consoli di Roma, e quali sconfitto l'avevano
l'altra fiata, ed erano mastri e capitani; e s tosto come seppero la
venuta di Astrubal, eglino vennero incontra a lui con molta gran gente,
che con loro erano assembrati; ma innanzi che l'osti d'una parte e
d'altra s'appressimassero, vennero li due consoli, ch'io v' nomati,
a loro schiere per assembrare primamente alla gente dello re Astrubal,
che tutti erano armati ed apparecchiati longo una foresta presso ad una
montagna. Li Romani, che poco dottavano li Cartagginesi, avvenga che
non credessero che fussero tanti come egli erano, che gi entravano
nella valle tutti ordinati per combattare con loro nemici; e sappiate
che l fu molto fiera e dura battaglia; li Romani che orgogliosi erano,
lassaro corrare loro cavalli contra agli Affricani, e quali avevano pi
gente di loro.




                                XXXIX.


Che v'andar io contando o dicendo li colpi della battaglia? Io non
vi dir chi fer l'uno l'altro, ch assai tosto vi potrei mentire di
cotali cose, se io me ne tramettesse; ma bene sappiate certamente, che
dopo molta grande punta[35] li Romani furono s villanamente sconfitti,
che perdero li due consoli, che molto erano arditi e valenti cavalieri,
d'onde Roma fu molto duramente abbassata, e cos furo li due Scipioni
danneggiati, che furo morti per Astrubal in Ispagna; ma non furo li
Romani tutti morti, anzi ne scamparo assai il meglio che potero, e poi
si assembraro il meglio che potero, siccome voi udirete.

NOTE:

[35] _Pugna_, _battaglia_: nel _Morgante_, 22, 244:

  La scala combatt di mano in mano,
  E come Orazio gran punta sostenne.




                                  XL.


Allora s'era lo re Anibal tratto verso la marina per soggiornare e per
mettare tutte le terre a sua signoria, e il mare propiamente altres,
imper ch'elli voleva avere la signoria della terra e del mare. Li
Romani che tanto fortemente erano spaventati, s che non sapevano
che si fare, mandarono verso Capova gran gente e gran cavallaria per
prendare la citt se potessero, nella quale lo re Anibal aveva lassate
sue guardie per li Romani prendare, quando uscissero fuore di Roma, e
l fu mandato Quinto Fulvio con gran gente, che assediaro la citt; e
sappiate che molte battaglie vi dero con lancie e quadrelli e altri
ingegni che fecero, e fecero tanto infine che la presero per forza; e
s tosto com'ella fu presa, fece Quinto Fulvio assembrare gran gente
per cercare la citt, e s fece ragunare l'avere e le ricchezze della
citt e le grandi prede ch'eglino avevano conquistate, e s fece
ogni cosa portare a Roma, che v' assai presso; e poi fece prendare
li uomini della citt, per cui la citt era stata governata e tenuta
contra lui, e s li fece tutti uccidare e angosciosamente morire, e s
gli avevano mandato a dire li senatori di Roma per loro lettere, che
non facesse uccidare li uomini di Capova; ma per cosa ch'e senatori li
mandassero a dire, non lass che non ne facesse giustizia, e disse che
male a loro uopo s'erano dati ad Anibal, e s tosto lassato l'onore
e la signoria di Roma. Quando ci seppero li altri baroni d'intorno
delle citt, che le terre di Campagnia tenevano, ellino ebbero tale
paura dall'una parte de' Romani e dall'altra parte dello re Anibal di
Cartaggine, di cui udiro dire che tornava in Italia, che non sapevano
che si fare; per la quale cosa si raunaro insieme e presero consiglio,
ed insieme s'accordaro tutti gli alti uomini della contrada, e presero
per partito che meglio lo' metteva[36] di morire, che vedere lo grande
dolore che l'oppressava a loro gente e a loro cavallaria.

NOTE:

[36] _Meglio conveniva_; nella _Retorica_ di Aristotile: Sopra ogni
altra cosa mette lor meglio di fermarsi, che saper quella di cui si
parla.




                                 XLI.


Per questa paura bebbero veleno mortale, per la quale cosa tutti
perdero la vita, e cos fu Campagnia e la citt di Capova racquistata
per la forza di Roma, e tratta della signoria dello re Anibal, ove
ell'era sottomessa. Allora fu a' Romani la ventura alquanto tornata, e
a quello Scipio Cornellio, che poi fu chiamato Scipio Affricano, che
molto ebbe grande dolore di suo padre e di suo zio, che Astrubal lo
fratello d'Anibal aveva morti in Ispagna. Questo Scipio non aveva pi
di vintiquattro anni, giovano era di tempo e bello e grande, e sappiate
ch'egli era molto savio e pro e ardito, e pi valente di lui non era in
tutta Roma, siccome si mostr ne' suoi fatti, ed era di grande nobilt
di sangue. De' due Scipioni, ch'erano stati morti, l'uno era stato suo
padre, e l'altro suo zio. Per questo grande dolore vendicare s si
proferse a' senatori ed a' consoli di Roma d'andare in Ispagna contra
Astrubal, che gran parte della terra avea conquistata, e di ci furo
molto lieti li senatori e consoli; ma quando ebbero ragunata la gente,
ellino avevano s poco avere, che non sapevano come n in che maniera
e' potessero tenere s gran gente a soldo in istranie terre. Adunque
era Roma molto impovarita, che solea essare donna di gran ricchezze e
di gran signoria. Per quella povert che allora avevano molto grande,
s raun Claudio Marcello e Valerio Levino[37], che allora erano
consoli e molto ricchi, d'oro e d'argento e di drappi di seta, e s
arrecaro dinanzi a' senatori tutto loro tesoro e loro ricchezze che
avevano conquistate, e sappiate che non ritennero per loro n per
loro figliuoli, se non uno anello d'oro ed uno fermaglio, con che
acconciavano loro capelli, e a loro figliuole e a loro donne a ciascuna
una libra d'oro ed una d'argento, che tanto n'avevano di prima, che
appena se ne sapeva il numaro; e per l'assemplo di questi ch'io v'
detti, fecero il simigliante tutti li alti uomini di Roma, e missero
tutto loro tesoro in comune per guardare e difendare la citt, e per
queste cose spezialmente inforz molto la citt di Roma.

NOTE:

[37] M. Valerio Levino II e M. Claudio Marcello IV, verso l'anno di
Roma 544.




                                 XLII.


Quando ci fu fatto, Scipio con sua grande oste and tanto per sue
giornate, poi che si part di Roma, che pass i monti di Pineos, e
tanto fece che venne in Ispagna; e quando fu entrato nella contrada,
egli domand dove fossero ragunate le pi grandi ricchezze degli
Affricani, e quale era la terra, ov'ellino avessero mandata maggiore
forza di loro gente, e fu lo' detto di Cartaggine novella, la quale
avevano fatta in Ispagna. Di questa Cartaggine novella, siccome
Orosio contia, e dice la maggiore parte della gente, che questa 
quella citt, che ora  chiamata Marot, e tali dicono ch' chiamata
Tolletta[38], che tanto  oggi nominata e pregiata, ch' posta su
lo rivaggio, ove altri truova tale fiata granella d'oro mescolate
coll'arena, chi bene la vuole cercare, ma non vi so bene dire quale fu
di queste due citt l'una, che fu quella Cartagine ch'io v' parlato;
ma tanto sappiate certamente di vero, che questa non fu la gran
Cartaggine, ch' in Libia nelle parti d'Affrica, d'onde lo re Astrubal
aveva s grande gente ragunata in Ispagna per navilio; Cartaggine,
ond'io vi parlo, fu la citt di Marte, siccome a me pare, e sappiate
che Astrubal era nell'ultime parti di Spagna, l ove avea fatte molte
battaglie a prendare le citt e le castella, e conquistare le stranie
nazioni. Ma s tosto come seppe e intese che Scipio avea passati e
monti di Pineos, d'onde io v' dinanzi parlato, e ch'egli era gi
entrato in Ispagna, elli si part il pi tosto che pot per venire
contra a lui, ma intanto assedi Scipio Cartaggine novella, l ove era
tutto l'oro e tutto l'argento, che gli Affricani avevano conquistato.

NOTE:

[38] Parlasi qui di Cartagena costrutta da Asdrubale, secondo Polibio
e Pomponio Mela. Dopo la distruzione fattane dai Vandali, la sua
grandezza e dignit pass a Toledo, che contava Cartagena tra le molte
sue citt suffraganee. Sotto i Romani la sua giurisdizione estendevasi
su sessantacinque citt, e della sua ricchezza fa ampia testimonianza
Tito Livio.




                                XLIII.


All'assediare della citt di Cartaggine fu molto gran romore di gente,
ma tutta la gran forza della cavallaria della contrada erano andati
con Astrubal, sicch quelli della citt non potevano avere aiuto se
non di loro medesimi e di coloro che lassati v'erano. Dentro v'era
Margon fratello di Astrubal, che v'era venuto novellamente, il quale
molto si pen e travagli con grande gente ch'egli aveva, per tenere
la citt, ma forza n potere nollo potea cresciare, siccome io v'
detto. Ma Scipio che dinanzi alla citt era attendato, a costui crescea
molto la sua forza, imper che tutti li Romani, ch'erano scampati della
sconfitta di suo padre e di suo zio, erano assembrati e tornati a lui,
per la quale cosa sua forza era molto cresciuta e crescea di giorno in
giorno. Onde avvenne molte maraviglie, siccome voi udirete appresso
tutte per ordine nella storia, che molto  buona e dilettevole a udire;
e chi lo cuore e lo 'ntendimento vi pone, vi pu imprendare molte cose
che possono essare utili, che non sono nelli altri libri n in altre
storie.




                                 XLIV.


Cos e in tale maniera assembr Scipio molta gente, che tanto fece e
procacci per suo gran senno e per sua gran prodezza, che prese la
citt, che allora era piena di molto avere e bene popolata di gente.
Questo acquisto che Scipio fece allora, rimbald tutta Roma, che mand
in prigione Margon lo fratello dello re Anibal e molti altri uomini
di nome d'Affrica; l fu molta gran letizia fatta, e per tale maniera
diliber Scipio tutti li staggi ch'erano in prigione delle citt di
Spagna, che Astrubal v'aveva messi per sicurt che gli aiutassero, e
che per persona non lassarebbero, n per doni, n per promesse, n
per neuna altra cosa che avvenisse, e d'altra parte che non terrebbero
co' Romani, n loro comandamenta non farebbero, s'egli avvenisse cosa,
ch'eglino nella contrada tornassero. Ancora perci che Scipio rend
agli alti baroni di Spagna loro figliuoli e loro frategli e loro
nipoti, ch'erano in prigione, questi tornaro tutti a lui ed a sua
gente, onde accrebbe molto sua forza e sua compagnia.




                                 XLV.


Intanto gionse Astrubal con sua gran gente contra Scipio lo consolo,
che la battaglia non rifiut niente, anzi ordin sua gente e sue
schiere come valente cavaliere e cortese e savio, e s gli amaestr
molto di ben fare e di vendicare l'onta e 'l danneggio che gli
Affricani gli avevano fatto, e allora venne tutte le schiere senza
dimoranza. Lo re Astrubal, che attendato era, non avea dormito tutta la
notte per lo gran disio della battaglia, e la mattina per tempo fece
sue schiere armare, ch non credeva che li Romani si potessero tenere
contra lui in nulla maniera, e similemente li Romani desideravano di
combattare con lui, e non credevano gi vedere l'ora che le schiere
fussero ordinate; e per questa volont che l'uni e l'altri avevano s
grande di combattare, furo tosto assembrati. Poi che s'accostaro, l
fu molto grande battaglia e pericolosa e crudele senza misericordia e
senza piet; l fecero molto bene li arditi e li valenti cavalieri,
che per paura di morte none sbigottiro; e bene sappiate che neuno che
troppo dubiti, non pu essere n pro n ardito, e coloro che vogliono
avere il pregio e l'ardimento di loro grande forza acquistare fama, s
si metteno in avventura di morte. L lo' fece molto bene lo consolo
Scipio, ch per sua grande prodezza furo li Affricani sconfitti lo d,
e Astrubal loro signore cacciato dello stormo, e sua gente cacciata
per forza infino alla notte. L fu molto grande acquisto fatto, ch
quando li Romani tornaro di loro incalcio, ellino trovarono le tende e
padiglioni degli Affricani s guarniti d'oro e d'argento e di drappi
di seta e d'avere e di prigioni e di preda, s che appena ne potrebbe
altri dire il numaro; e cos crebbe in molto grande avere Scipio e
in grande nome pel primo anno per la terra di Spagna e per tutte le
contrade del paese d'intorno.




                                 XLVI.


Eutropio conta che intanto Fabio Massimo usc di Roma con grande
gente appi e a cavallo per volont de' senatori, e s and tanto che
gionse alla citt di Taranto, ove era tutto il fornimento di Anibal, e
le grandi ricchezze ch'egli avevano conquistate per molte contrade.
Quando Abran, uno duca dello re Anibal, che molto era valente e di
grande potenzia, che con lui avea molta gran gente menata e ragunata
dentro alla citt di Taranto, s tosto come Fabio Massimo venne
dinanzi alla citt, s usc lo duca contra a lui a battaglia ordinata,
e senza fare menzione o parola nulla di fare o pace o concordia, ma
tostamente s'incontrarono con loro, per che si odiavano mortalmente,
e s si feriro molto duramente li Romani e li Affricani, imper che
molto desideravano di sconfiggiare l'uno l'altro e cacciarsi di campo.
Coloro che l assembraro primamente, non curavano di belle giostre per
mostrare loro cavallare, anzi assembraro s tosto come si viddero,
e cominciaro a trarre e a lanciare l'uno l'altro, e quelli appiei
e quelli a cavallo tutti insieme, e s si ferivano di lancie e di
quadrella e di spade e d'accette taglienti, che allora e in quello
tempo erano molto in usanza di portare in battaglia, colle quali si
fendevano e tagliavano teste e costati e petti in s grande quantit,
che tutta la terra n'era coperta. In quella battaglia uccise Fabio
Massimo Abran, per la cui morte quelli della citt di Taranto e li
Affricani medesimi che con lui erano, furono sconfitti. L fu molta
grande distruzione di cavalieri e di sergenti allo 'ncalciare verso
la citt, imper che li Romani li seguivano molto vigorosamente,
sicch insieme con loro entraro dentro alla citt, e s furo s
duramente sbigottiti e spaventati quelli che sopra le mura della
citt erano, e le donne e le damigelle per lo grande dolore e per
la grande distruzione, ch'elle vedevano fare di loro gente, che ci
era maraviglia; e gi neuno faceva difesa per li Romani ritenere o
per difendare loro vita. Cos e in tale maniera fu presa la citt di
Taranto.

Allora lo consolo Fabio Massimo fece ragunare l'avere e le grandi prede
che l furono trovate e guadagnate, e s le part tutte e don a sua
gente e a sua cavallaria, e poi fece vendare bene vinti milia prigioni
ch'elli aveva presi, e s ne fece portare l'avere a Roma e mettare
in comune tesoro della citt. Allora tornaro alla forza e all'aiuto
de' Romani molta gente che s'era partita da loro per paura di Anibal,
imper che Fabio Massimo lo' diceva e sicurava, che mai pi lo re
Anibal non arebbe sopra loro signoria.




                                XLVII.


Allora torn lo consolo Valerio, il quale aveva fatto pace collo re
Filippo di Macedonia e con quello di Grecia e collo re Quatenio d'Asia,
ch'era allora di gran possanza. Quando tutte queste cose furono fatte,
lo consolo Valerio torn a Roma con molta gente in navilio, e arriv
e prese porto in Sicilia; e s tosto come fu nella contrada, li venne
novelle che uno duca d'Affrica, il quale era chiamato Anno, era nella
citt d'Agrigento, onde Valerio vi mand uno consolo chiamato Junio,
e venne dinanzi alla citt con suoi Romani, e s la prese per forza,
e lo duca Anno altres con molta della sua gente, e quali men a Roma
in servaggio. Allora cerc Junio la contrada, e renderseli quaranta
castella, e sedici ne prese per forza; d'onde Junio fece tantosto le
mura abbattare e confondare, e mand li prigioni e tutto l'avere a
Roma, ove grande gioia ne fu fatta.




                                XLVIII.


Allora torn lo re Anibal e combatt con Gaio, che contra a lui aveva
molta gran gente della signoria di Roma. Questa battaglia fece a'
Romani grande danneggio, ch Gaio Fulvio vi fu morto, e con lui dieci
principi di Roma, che le schiere guidavano, e diecisette cavalieri
che di grande nome erano e di grande cavallaria, e per questo grande
dolore vendicare venne lo consolo Marcello contra lo re Anibal con
tutta la forza che pot avere, e s combatt con lui tre d, ciascuno
d infino alla notte; ma il quarto d innanzi che venisse il vesparo,
furo s menati li Romani e 'l consolo Marcello, che per forza furo
cacciati del campo, e troppo avarebbe perduto, se la notte non fosse s
tosto venuta. Ma come lo re Anibal e sue genti furono tornati a loro
tende, s rassembr Marcello tutta sua gente, e s lo' disse e preg
che non fussero sbigottiti per cosa che avvenuta lo' fusse, imper che
Anibal aveva perduta due tanta pi gente di loro; e bene fussero certi
che s'ellino volessero assalirlo vigorosamente la mattina, ellino si
potrebbero molto bene vendicare del dannaggio e dell'ontia, ch'egli
avevano ricevuta da' loro nemici.




                                 XLIX.


E per queste parole rimen Marcello sue genti alla battaglia, che s
bene lo' fecero quel d, ch'ellino uccisero sette milia uomini della
gente dello re Anibal, e lui e sua gente fecero fuggire per forza a
loro tende, e cos rimase quella battaglia, che pi non ne fu fatto
a quella fiata, ch tanta gente avevano perduta e Romani, che non
potevano pi sofferire n pi assalire lo re Anibal, se non avessero
gente che lo' fusse in aiuto. Ma quando ci venne al capo dell'anno,
Marcello consolo ebbe gran gente assembrata, imper che molto
desiderava di cacciare lo re Anibal fuore di Italia, e perci rassembr
colui il pi tosto che pot a battaglia; ma malamente ne gli avvenne,
ch lui vi fu morto, e sua gente tutta presa e morta s al tutto, che
uno solo non ne scamp, che tutti non fussero morti o presi.




                                  L.


In quello tempo medesimo era Scipio consolo nella terra di Spagna che
aveva sconfitto e vento lo re Astrubal, siccome io v' detto, e gi
era il terzo anno di sua venuta in Ispagna, nella quale avea ottanta
citt conquistate e messe sotto la signoria di Roma per gran battaglie,
le quali lass tutte franche senza rendare tributo, e cos torn
alla citt di Roma. Ma innanzi che se ne partisse, se n'era partito
lo re Astrubal, siccome gi potrete udire e contiare innanzi. Lo re
Anibal, ch'era in Sicilia, e avea morto lo consolo Marcello, ud dire
di verit, che lo consolo Scipio tornava di Spagna, e ch'elli avea
sconfitto Astrubal suo fratello, sicch non l'osava di aspettare in
campo; e perci mand a dire a Astrubal suo fratello, che lassasse
la terra di Spagna, e fusse certo che contra a Scipio nulla potrebbe
tenere, e che se ne venisse il pi tosto che potesse in Italia a
lui, e che quando fussero insieme, distruggiarebbero tutta Roma, ch
bene n'avarebbero la potenzia, e s mettarebbero tutta la terra nel
podere e nella signoria di Cartaggine. Quando lo re Astrubal, ch'era
in Ispagna, ud lo comandamento di suo fratello Anibal, elli si misse
alla via senza indugio, e men con lui molto grande sforzo di Gallici
e di Spagnuoli e di quelli di Affrica e di grandi ricchezze d'oro e
d'argento e d'altre ricchezze; e avea con lui molti olifanti e altre
bestie da portare carriaggio, le quali bestie li erano state mandate
d'Affrica.




                                  LI.


In questo modo, come voi udite, si part lo re Astrubal di Spagna, e
pass poggi, valli e fiumi e riviere e montagne nella terra di Gaule,
tanto che venne a' monti di Mongeu, e quali pass a molta gran pena.
Allora si partiro di Roma Claudio e Marzio Luccio, amenduni consoli,
con molta grande gente per venire contra Astrubal, del quale la novella
era gi venuta a Roma, e questi due consoli vennero contra a lui,
siccome io vi dico, con tutta loro gente.

Intanto che le genti di Astrubal discendevano li monti di Mongeu, e li
consoli gionsero colle loro genti dall'altro lato segretamente, che
lo re Astrubal non sapeva niente di loro venuta; e siccome la gente
dello re Astrubal discendea delle montagne pieni di freddo, cos erano
assaliti da' Romani, de' quali innanzi che discendessero tutti, ne
fecero grande uccisione, imper che gli trovarono venuti mezzi meno
per lo grande freddo. Ma come Astrubal con tutta sua gente fu disceso,
allora s'incominci una crudele battaglia e pericolosa, e dur uno
grande pezzo, che non si sarebbe potuto cognosciare chi n'avesse auto
il meglio, e la gran quantit degli olifanti che lo re Astrubal aveva
menati, e quali facevano grande danno a' Romani, e tenevano si strette,
le genti sue, che li Romani non li potevano offendare. Ma li Romani
ordinaro due grandi schiere di cavalieri, a' quali posero a ogniuno in
groppa uno sergente, e tutti erano coverti di ferro con buone accette
in mano; e poi si missero in mezzo degli olifanti, e quelli ch'erano
in groppa, scesero appiei in terra, e a niuna altra cosa attendevano,
se non a uccidare gli olifanti, e non potevano essare offesi, perch
quelli cavalieri che gli avevano portati, tenevano s stretti quelli
delle castella, che avevano briga di loro difendare, sicch ne
facevano grande uccidare. Quel modo d'uccidare gli olifanti aveva
primamente trovato lo re Astrubal, e non perci si stavano li altri,
imper che in pi di mille luogora si combatteva, ed era la battaglia
pessima e pericolosa.




                                 LII.


Mentre che la battaglia era s pessima e pericolosa, and tanto la
cosa d'una parte e d'altra, che lo re Astrubal vi fa morto sopra uno
fiume, che a nome Menarco[39], e fu tutta sua gente venta e sconfitta;
l fu fatta grande distruzione di gente, per che della gente dello
re Astrubal ne furo morti cinquantotto milia e presine sei milia, che
tutti furo menati in servaggio a Roma, e si ricoverarono quattro milia
pregioni, che aveva Astrubal, tutti Romani, de' quali li due consoli
che avevano la battaglia venta, ebbero grande gioia e grande letizia,
e de' Romani furo morti in questa battaglia ben otto milia, de' quagli
poco curavano, perch avevano vinta la battaglia. In quella battaglia
conquistoro li Romani molto onore e molte grandi ricchezze, che lo re
Astrubal e sua gente avevano recate, come oro e argento e ricchi drappi
di seta, tanto che nullo ne potrebbe dire la quantit; e poi appresso
fecero prendare la testa dello re Astrubal e fecerla portare allo re
Anibal suo fratello, l ove egli era attendato con tutta sua gente.

NOTE:

[39] Asdrubale mor presso il Metauro nell'anno 207 avanti Cristo sotto
i consoli Claudio Nerone e Livio Salinatore.




                                 LIII.


Quando lo re Anibal vidde la testa di suo fratello Astrubal, e seppe
il dannaggio e la grande sconfitta di sue genti, elli si trasse versa
Sicilia per temenzia d'alcuna sciagura e per lo dolore di suo fratello
e di sua gente, della quale lo re Anibal facea grande dimostranza;
poi pass uno anno, che tra e Romani e lo re Anibal non fu battaglia,
non perch fusse n pace n triegua infra loro, ma perch avevano
auto l'uno e l'altro tanta pistolenzia, oltre alle crudeli battaglie,
che non potevano arme prendare per andare a battaglia. Intanto Scipio
ebbesi la contrada conquistata da' monti di Pineos infino al mare
Oceano, cio al mare che intornia tutto il mondo, nel quale tutte le
nazioni stranie di diverse maniere abitano, e tutti bracci di mare,
citt e castella e ville e piani e montagne tutte sottomisse alla
signoria di Roma; e ci che si metteva a fare, li veniva fatto in modo
che il pi della gente credeva ch'egli operasse per volont delli Dii,
e che in lui fusse alcuna cosa divina, perci che in lui erano tutte le
bont d'onore e di larghezza  di prodezza, come pi potevano essare
in nullo uomo, che mai fusse nel mondo. Quando Scipio ebbe tutta Spagna
conquistata, come voi udite dire e contiare, elli torn a Roma con s
grande onore e gloria e con s grandi ricchezze, che Roma fu tutta di
gioia piena.




                                 LIV.


Io non v'andar contando n divisando l'onore della vittoria che
fu fatto a Scipio, e la festa e la letizia che per sua tornata fu
mostrata; s'io ci volessi contiare, troppo avarei a fare, e per mi
tacer a questa fiata. Ma appresso a tutta la gioia che li fu fatta a
Roma, s deliberaro di nuovo e senatori e consoli di Roma, che Scipio
passasse in Affrica per conquistare Cartaggine e distruggiarla; e
mentre che lo re Anibal era ancora in Sicilia e in Calavria, Scipio
s'apparecchi molto riccamente, e s si part di Roma con s grande
gente e con s gran ricchezza come per acquistare Cartaggine e tutto
lo regno d'Affrica; e quando ebbe preso commiato da' senatori di Roma
e da' prossimani amici e parenti, elli and tanto che gionse al mare,
ove il navilio era bello e ricco. Lenio e Manlio, che l'oste guidavano,
amendue valenti principi di Roma, fecero le navi caricare di farina e
di biscotto e di vino e d'acqua dolce e di carne salata, e quando e
ricchi destrieri furo dentro entrati e prencipi e sergenti, li marinari
trassero le vele alte sugli arbori, e staccaro l'ncora da terra per
fare le navi partire di porto; e tosto si partiro e dilongaro da terra,
per che un gran vento si lev e fer nelle vele di diversi colori, che
tosto li cacci nel pelago di mare e dilongolli dalla terra d'Italia.




                                  LV.


Tanto and Scipio con sua gente che avea con lui, ch'elli arriv in
Affrica, e s tosto come fu gionto, lo seppe Anno duca di Poonia, che
contra a lui venne con s grande gente, come pot assembrare; ma in
questa battaglia che gli Affricani assembraro, primamente furo venti e
sconfitti, e lo duca Anno vi fu morto, il quale perd tutto suo onore e
ricchezza e vita. Questa fu la prima battaglia che Scipio fece poi che
gionse in Affrica. Intanto s combatt lo consolo Sempronio con Anibal
in Puglia, ma malamente avvenne a' Romani in quella battaglia, ch lo
consolo Sempronio vi fu sconfitto, ed elli il pi tosto che pot si
part dello stormo, e torn fuggendo a Roma molto lieto e gioioso non
della perdita di sua gente, ma dello scampo di sua vita.




                                 LVI.


Allora si ragunaro li Cartagginesi e li Mirmidieni, e quali erano
nell'aiuto e nel soccorso de' Poonii, li quali erano venuti contra
Scipio che duramente assaliva e distruggeva Affrica; e sappiate che
queste due genti erano due osti belle e grandi, e s avvenne che una
notte s'attendaro l'uni presso all'altri. Scipio, che bene avea fatto
cercare di loro affare per sue spie, and tanto con sua gente verso la
mezza notte, che s'appress al loro campo, e tantosto comand che fusse
messo fuoco nelle tende e ne' padiglioni, senza ci che le guardie
se n'avvedessero, perci che non avevano dottanza niuna; e s tosto
come il fuoco fu appreso nell'oste, s si levaro suso tutti storditi
come gente ch'erano addormentate, gridando: al fuoco, al fuoco, come
coloro che credevano che 'l fuoco fusse appreso per alcuno accidente.




                                 LVII.


A quello remore e a quello grido venne Scipio lo consolo con grande
cavallaria, che tanti n'uccise de' Poonii e de' Mirmidieni, che
disarmati erano, colle spade taglienti, che tutta la terra n'era
ingombrata de' morti e de' feriti, che tutti furono morti e menati a
martiro. Foilse re de' Mirmidieni, che parente era dello re Anibal, si
fugg con molta poca gente, che poco si fall che non arse dentro a sue
tende. In questa battaglia ch'io v' detta, furo morti degli Africani
tra per fuoco e per arme in quella notte quaranta milia d'uomini
e presine cinque miglia. Non si dee neuno maravigliare di questa
sconfitta, imper che leggiera cosa era di loro prendare e uccidare,
quando ellino entravano nel fuoco tutti disarmati per spegniarlo.
Lo duca de' Poonii e lo re Foilse de' Mirmidieni, che di quella
battaglia scamparo, rassembraro loro gente il pi tosto che potero
per combattare co' Romani e per vendicare loro ontia e loro grande
dannaggio.




                                LVIII.


Quando tutte le genti d'Affrica furo tutte assembrate, ellino
cavalcaro tanto, che vennero in quella parte, ove Scipio li aveva
dinanzi sconfitti di notte, e tantosto furo le battaglie ordinate e
divisate d'una parte e d'altra; e s tosto come s'aggionsero insieme,
missero mano alle spade, e cominciarono la battaglia, traendosi sangue
da tutte parti, e tagliandosi braccia, teste e tutte altre membra,
tanto che de' morti era tutta la terra ingioncata e coverta. Alla fine
li Romani ebbero la vittoria, per che lo consolo Scipio s'abbandonava
in quella parte e in qualunque pressa vedeva maggiore per loro
confondare e rempare, e Lenio[40] e Massimo e li altri consoli Romani
pregiati d'arme e buoni pedoni e la buona cavallaria li menaro tanto
alle spade taglienti, che li cacciaro del campo sconfitti e venti senza
nulla speranza di tornare addietro. L fu preso lo re de' Mirmidieni,
e s lo prese Lenio, che 'l gionse quando fuggiva sopra uno destriere
d'Affrica, e li altri che camparo, fuggiro tanto che entraro nella
ricca citt d'Aguarento[41]; e come furo dentro, chiusero le porti e
fornirono le mura e le difese d'armadure per difendare la citt, e
Lenio l'incalci e tanto men gran forza di gente, che gli assedi,
e tanto assaliro le mura e le porti, che le ruppero. E quando quelli
della citt viddero che non si potevano pi tenere, si arrendero salve
le persone.

NOTE:

[40] M. Valerio Levino, creato console nell'anno 544 di Roma.

[41] Agrigento, per la cui espugnazione la Sicilia rimase per intero
sottomessa ai Romani.




                                 LIX.


S tosto come la citt fa arrenduta, Massimo fece prendare li alti
baroni della citt e lo re de' Mirmidieni tutto incatenato, e si lo
men a Scipio che la battaglia aveva venta, e s aveva morto lo duca
de' Poonii e presi molti altri uomini. S tosto come Scipio vidde lo
re dinanzi da lui, egli il d in guardia a Lenio, e tutti li altri
prigioni altres, e tutto il guadagno che aveva fatto nella citt ed in
Affrica, fe menare a Roma per dimostranza della vittoria. Lenio and
tanto per mare e per terra con tanti prigioni ed avere, che appena si
potrebbe contiare, che venne a Roma e present a' sanatori e popolo di
Roma da parte di Scipio e prigioni e le grandi ricchezze.




                                  LX.


Per questa novella, che tosto fu saputa e sparta per tutta Italia,
lass Anibal tutte le citt e castella della contrada, e trassene fuore
sue guardie e suoi uomini. In questo tanto ebbero quelli di Cartaggine
s grande paura di Scipio, che conquistava il regno d'Affrica per
forza, che mandaro allo re Anibal imbasciata che tornasse il pi presto
che potesse in Cartaggine per soccorrire la citt e tutto lo reame,
ch'e Romani distruggevano per loro potenzia. Quando lo re Anibal ud
cos parlare li messaggi, e seppe certamente che li conveniva tornare
addietro, elli cominci a piangiare, perci che lassava il regno di
Italia e Roma, innanzi che l'avesse conquistato, e tantosto fece suo
navilio apparecchiare; e quando fu tempo d'entrare in mare, elli fece
torre suo avere e mettarlo nelle navi, e tutti li cavalieri della
contrada rimasero, che di loro grado nol volevano seguitare; e s
tosto come sua gente fu entrata in mare, fece l'ncora levare e and
via. E cos fu deliberata Italia dallo re Anibal, che v'era stato
dieciotto anni, e alle genti d'Italia aveva fatto sofferire molta pena
e molto travaglio, siccome voi avete udito e inteso; e s tosto come
quelli delle fortezze viddero e intesero che Anibal s'era partito, s
si ritornare alla divozione del popolo romano.




                                 LXI.


Lo re Anibal navic tanto tra d e notte, che si appressim al regno
d'Affrica; e s tosto come lo re Anibal seppe che si appressimava alla
terra, elli comand a' maestri marinari che salissero sulli arboli
delle navi, che molto erano alti, e s lo' comand che guardassero
qual citt l'era pi pressimana. Coloro a cui lo re comand, furono
tosto saliti nelli arboli, che cento sessanta piei erano longhi, e s
riguardaro verso la terra, che anco l'era alquanto lontana; e quando
ebbero gran pezzo guardato per cognosciare il paese l ove ellino
andavano, lo re Anibal li domand che ellino vedevano, ed eglino
risposero che non vedevano se non sepolture in pi parti, siccome a
loro pareva.




                                 LXII.


Di queste parole si maravigli molto lo re Anibal in s medesimo,
e pens che questo significasse qualche ingombro, e perci comand
che arrivassero ad altro porto che a quello ove eglino andavano; e
cos come elli comand, cos fu fatto, e non si dimoronno niente
grandemente, che essi arriver nel porto d'uno castello che molto era
ricco e bello della signoria di Cartaggine, che aveva nome Lepino. L
discese lo re Anibal a terra e tutta sua gente, che del mare e della
pena ch'eglino avevano auta erano molto travagliati, e s si riposaro
ine longamente, e lo re Anibal fece trarre fuore delle navi suo avere
e sue prede, delle quali avevano grande abbondanza. Mentre che lo re
Anibal e sua gente si riposavano sotto al castello di Lepino, mand
suoi messaggi a' prencipi della citt di Cartaggine, come elli era
tornato in Affrica ed era arrivato con sua gente al castello di Lepino,
che molto era grande e forte; e allora fu fatta in Cartaggine grande
gioia e grande allegrezza per la venuta dello re Anibal, che molto
era desiderato e amato da tutti quelli della citt e da' ricchi e da'
povari, perci che avevano in lui sicurt e fidanza per lo suo senno e
per la sua prodezza, della quale avevano udito molto parlare appresso e
a longa.




                                LXIII.


Quando lo re Anibal si fu riposato a sua volont, elli fece levare lo
campo, e tanto andare, che si attendaro sotto a Cartaggine in uno bello
piano; e quando si furo attendati, li alti baroni di Cartaggine vennero
allo re Anibal, e salutare lui e tutti suoi baroni, e s lo volevano
menare dentro in Cartaggine per gioia e festa fare, come era ragione
e drittura; ma lo re Anibal lo' rispose e s lo' disse ch'elli e sua
gente non entrarebbero dentro alle mura di Cartaggine, infino a tanto
ch'elli avar veduto lo consolo Scipio e parlato con lui, e sapere se
potesse fare pace e concordia con lui, e se non combattarebbe con lui,
perci che non  bene fatto di lassare stare lo suo nemico in suo paese
chi trarre nel pu o per ragione o per forza.




                                 LXIV.


A questo s'accordaro bene tutti e Cartaginesi, e incontanente
procacciaro forza ed aiuto, mentre lo re Anibal mand suoi messaggi
allo consolo Scipio, che presso a lui era a meno di due giornate, e s
gli mand a dire che gli vorrebbe parlare, e se intendeva di volere
pace con lui e co' Cartagginesi. Li messaggi andaro tanto che gionsero
ove li Romani erano attendati, e s domandaro lo consolo Scipio, in cui
erano tutte le bont. Il nobile cavaliere e cortese s si accord di
parlare allo re Anibal, e ci promisse per la volont de' savii uomini
di sua oste, e li messaggi altres da parte dello re Anibal; e poi
presero commiato il pi presto che poterono, e tornarono allo re Anibal
ed a' Cartaginesi, e s lo' contiaro la risposta de' Romani e' belli
sembianti ch'ell'avevano fatto.




                                 LXV.


Intanto venne il termine del d del parlamento, ch'era ordinato in
capo di quindici d. Li principi e li baroni di Cartaggine furo in una
piazza, ove lo parlamento doveva essare, assai presso dalla citt di
Bredum, ch'e Cartagginesi tenevano. L venne lo consolo Scipio tutto
disarmato molto nobilemente con sua cavallaria, che appena si potrebbe
dire loro grande fierezza, e la maniera de' drappi della seta di che
erano vestiti, n le fatture n e ricchi sembianti de' ricchi destrieri
d'Affrica e di Spagna che cavalcavano; e dall'altra parte non vennero
meno fieri la gente dello re Anibal n'e Cartagginesi, che di ricchi
palii di seta erano vestiti. Li due principi, lo re Anibal e lo consolo
Scipio, che tanto erano valorosi, erano troppo riccamente vestiti ed
apparecchiati, siccome a loro si conveniva; e s tosto come si viddero,
si miroro molto l'uno l'altro per lo grande nome che l'uno aveva udito
contiare dell'altro e dire, e molto si maravigli l'uno dell'altro,
e s erano cos come sbigottiti per la maraviglia; ed allora parl
primamente lo re Anibal a Scipio, e s li disse per belle ragioni in
lenguaggio romano, che molto duramente si maravigliava, perch elli
era passato in Affrica per combattare, quando elli assai presso a
Roma l'arebbe potuto trovare per tutta Italia. Scipio lo consolo, che
tanto era bello di corpo e di forza, che a grande pena si potrebbe
scrivare, rispose allo re Anibal, ch'elli avea passato il mare e venuto
in Affrica per vendicare l'ontia e 'l danneggio, ch'e Cartagginesi
l'aveano fatto in Italia e in altre contrade.




                                 LXVI.


E cos cominciare le parole tra' nobili principi, e quali erano da
tutti li altri guardati a gran maraviglia, e scoltavano le parole de'
due principi. Quando ebbero parlato assai di ci e d'altre cose, si
parl lo re Anibal, che pi fiate era stato sconfitto in battaglia, s
pens le sciagure che possono intervenire, e perci parl primamente
di pace a Scipio, siccome Eutropio dice; ma lo consolo Scipio non ne
volse niente fare, se non per tale condizione, che Cartaggine rendesse
a' Romani ora al presente cinque milia pesi d'argento e mille libre
d'oro per la pace e per la triegua che fra loro era, la quale l'avevano
rotta e spezzata. Questi patti spiacquero molto allo re Anibal ed a'
Cartagginesi, e dissero che innanzi si combattarebbero co' Romani, che
questi patti facessero; ed allora si partiro e Romani e Cartagginesi,
e quali molto s'odiavano, e procacciaro di combattare senza dimoranza.
E poi ch'e prencipi furo tornati a' loro alberghi, non fu poi nessuno
d che none assembrassero loro gente, e che none ammaestrassero di ben
fare, siccome per tutto guadagnare o per tutto perdare e vita e avere
e donne e figliuoli e onore.




                                LXVII.


Quando tutte loro genti furo assembrate, ellino s'attendaro pi presso
che potero l'uno all'altro, e li due prencipi, e quali erano coraggiosi
e fieri, avevano messo tutto loro ingegno e avere in gente ragunare
per avere la vittoria; e s tosto com'ebbero ci fatto, ellino non si
indugiaro pi che non si assembrassero, che molto lo' parea all'uno
e all'altro che si tardasse la battaglia, tanto erano desiderosi
di combattare. Quelli due che prima s'assembrassero in su ricchi
destrieri dinanzi a tutte le schiere bene una balestrata, si fu Scipio
ed Anibal, che duramente si feriro in sulli scudi dorati, e quali
spezzare, e ruppero le lancio sugli sberghi doppi che non ne smagaro
niente, n niuno de' due baroni cadde del destriere, anzi passare
oltre e misser mano alle spade per combattare con coloro che lo'
venivano alla rincontra a grande ardire. Per questa giostra furo molti
cavalieri morti ed abbattuti, de' quali e cavalli fuggivano per lo
campo; e quando le genti appiei assembraro a quelli da cavallo, allora
fu grande dolore di sbudellare cavagli ed abbattere de' cavalieri, e
quelli che non si potevano levare, giacevano a terra; e s avareste
da mille parti udito sgridare l'uno Cartaggine e l'altro Roma con
s alte voci, che tutta la contrada ne rinsonava. Tre volte avvenne
che Anibal e Scipio combattero a corpo a corpo colle spade nude, e
tagliarsi li scudi innorati onde si coprivano, e tre volte li part la
pressa de' loro cavalieri che si mettevano tra loro, e poco si poteva
sapere chi n'avesse il meglio; e quando le prime schiere di Scipio si
missero infra li alifanti, che quelli di Cartaggine avevano menati, in
quella parte Scipio si trasse colla forza de' Romani, ch coloro delle
castella che gli olifanti portavano, facevano di loro uomini molto
crudele dannaggio; ma poi che gli cominciaro a uccidare, eglino gli
fecero tutti tornare addietro, sicch nullo ne potevano fare ritornare
alla battaglia di quelli che feriti erano e che fuggire potevano.




                                LXVIII.


Alla fine furo sconfitti li Cartagginesi ed Anibal altres, che
tanto si tenne nello stormo, che non v'erano pi che venti cavalieri
di rimanente, e non fuggiva, per che ontia li pareva di fuggire. E
vinti difendevano loro signore, che non volevano fare dislealt n
fellonia; e tanto dimor Anibal, che nolli rimasero pi che quattro
cavalieri, e con questi quattro cavalieri si part Anibal tristo
e corruccioso, perci che non vi poteva pi dimorare; e s se ne
venne fuggendo ad Adrumento sua citt per campare sua vita, e d'inde
n'and in Cartaggine, ove elli non era mai entrato in ventisei anni
ch'erano passati, che se ne part la prima volta collo re Amilcar suo
padre. Intanto li Romani che la vittoria avevano auta, si trassero a'
padiglioni dello re Anibal, ove trovarono duecento miglia di grossi
d'argento e grande quantit d'oro e tante altre ricchezze, che non si
potrebbe dire n contiare. In quella battaglia furono morti quaranta
migliaia di Cartagginesi e cinque milia presi, e ottanta olifanti tra
presi e morti.

Intanto ch'e Romani ragunavano loro guadagno e loro prede, che
seppellivano loro uomini morti secondo loro costume e loro usanza,
Anibal ch'era in Cartaggine, ove grande dolore era fatto, parl co'
baroni e colli alti uomini di Cartaggine, e disse che neuno altro
rimedio era, che di fare pace co' Romani, acci che la citt non fusse
distratta n confusa. E baroni e altri uomini di Cartaggine, che
viddero e cognobbero che altrimenti non poteva essare, richiesero pace
a Scipio, siccome avevano dinanzi divisato, e Scipio il consent di
volont de' consoli e de' senatori, a cui mand suoi messaggi, e ferma
triegua fu fatta per cinquanta d, tanto ch'e messaggi potessero andare
e tornare.




                                 LXIX.


Allora eran consoli a Roma Cornello Lentulo ed Elio Peto, per cui
conseglio la pace fu fatta intra Cartagginesi e Romani. Quando la
novella fu saputa e detta in Cartaggine, allora fecero grande gioia con
tutte le sciagure che avevano aute, perci che avevano pace con Scipio
e con Romani, onde sapevano che Cartaggine non sarebbe distrutta.
Questa pace non pot lo re Anibal vedere n udire, anzi si part della
citt dolente e corruccioso, e s se n'and facendo grande dolore allo
re Antioco di Siria, che lo ricevette allegramente, e molto l'onor
per la grande prodezza e per lo ardimento che era in lui, e s lo fece
capitano di tutti suoi cavalieri e pedoni per mare e per terra.

Intanto venne Scipio dinanzi a Cartaggine con tutta sua oste per
ricevare e conventi de' Cartagginesi, siccome voi avete udito dire e
parlare adietro. Allora fece prendare le navi, delle quali v'aveva pi
di cinquecento, molto riccamente apparecchiate, e s le fece venire
dinanzi alla citt, e s lo' comand sopra tutti e patti che erano
tra loro e Romani, che non mettessero pi che trenta navi in mare
insieme, sapendo che se passassero suo comandamento, elli li farebbe
distruggiare; ed allora entr Scipio in Cartaggine, e furonli le
chiavi della citt date e presentate.




                                 LXX.


Allora vennero a lui tutti li cittadini delle citt d'Affrica, e
sottomissersi a fare sua volont e sue comandamenta. Allora conquist
Scipio molto avere e molto tesoro, e s don franchigia a cui volse,
e a cui volse la tolse, e s abbatt tutte le fortezze d'Affrica; e
quando elli ebbe ci fatto, elli si torn a Roma con grande vittoria e
con grande onore riceuto da' consoli e da tutto l'altro popolo, e da
quello d innanzi fu chiamato Scipio Affricano, perci ch'elli aveva
tutta l'Affrica conquistata, siccome voi avete inteso. Ed era durata
la detta guerra ventun anno, per che Anibal, siccome io v' detto,
stette in Italia diciotto anni, e Scipio stette tre anni in Affrica,
innanzi che sottomettesse Affrica a sua signoria; e sappiate che in s
breve tempo non avarebbe acquistata s grande signoria, se non fusse
le battaglie che fece con Anibal e vente, che aveva tutta la forza
d'Affrica insieme ragunata.

       *       *       *       *       *

Finite le siconde guerre che ebbero e Romani co' Cartagginesi, quando
conquistaro Cartaggine e tutta Affrica.




                                 LXXI.


Dopo due anni solamente infra sei cento anni che Roma era stata
primamente fondata, nel tempo che Lucio Censorino e Marco Manio erano
consoli di Roma, levonnosi contra a' Romani quelli d'Affrica la terza
guerra; ma non si sa perch la guerra si rincominci, che molto fu
grande e maravigliosa, onde la citt di Cartaggine fu distrutta e
confusa, siccome voi potrete udire e intendare.




                                LXXII.


Nel tempo che io v' detto, providdero li senatori e consoli e la
comunit di Roma di distruggiare Cartaggine, e s tosto come quello
conseglio fu preso, lo consolo Lucio Censorino e Marco Manio e Publio
Scipio furono eletti per passare il mare e per andare in Affrica.
Costoro s'apparecchiaro molto riccamente di buoni cavalli e di ricche
armadure, e molto assembraro grande gente appi e a cavallo e molto
avere. Quando esciro di Roma, costoro andaro tanto ch'ellino entraro
in mare con grande navilio, e s tosto come furo in mare, il vento si
lev, il quale fer nelle vele di diversi colori, e s andaro tanto
senza tempesta, che giunsero in Affrica assai presso a Cartaggine; e
s tosto come ebbero preso porto e l'ncore gittate in terra, ellino
trassero delle navi cavalli e armadure, e s si attendaro longo il
porto alla marina, e l si riposaro li Romani tre d, e intanto mandaro
loro messaggi a' baroni della terra di Cartaggine, che lo' venissero
a parlare, ed ellino cos fecero; e s tosto come e consoli di Roma
li viddero, s lo' comandaro che lo' dessero tutte loro navi e loro
armadure per fare loro bisogno, perci che none avevano recate tante
armadure, quante a loro genti bisognava. A questo comandamento non
si ristettero niente e Cartagginesi, anzi dierono a' Romani tutto
loro navilio e galee altres. Appresso lo' fecero arrecare fuore di
Cartaggine s grande quantit d'armadure, che tutte le genti d'Affrica
se ne sarebbero potuti armare per difendare loro corpi in battaglia.




                                LXXIII.


Sappiate che mai s grande quantit d'armadure non furono vedute, come
ebbe allora dinanzi a Cartaggine. Quando e Cartagginesi ebbero date
a' Romani loro armadure, cos come voi avete udito, li Romani lo'
comandaro che abbandonassero loro citt e abbattessero loro fortezze,
e s si dilongassero dal mare dieci milia passi per fare loro magioni
e loro casamente. Quando ci intesero li Cartagginesi, ellino furono
tutti corrucciati comunemente pi per loro armadure, d'onde s'erano
sforniti, che per nissuna altra cosa, per che non sapevano che si
potere fare; ma nella fine s'accordaro a ci che prima volevano morire
nella citt ed essare l entro sepolti, che nolla difendessero tanto
quanto potessero; e tantosto elessero dentro a la citt due alti uomini
forti e possenti di grande signoria, de' quali l'uno aveva nome
Famenca, e l'altro Asdrubal, che fussero duca e conducitori della
citt, e sopra a tutti li altri fu data la balia a Asdrubal. E s tosto
come ebbero ci fatto e divisato, ellino fecero le porti della citt
serrare, acci che neuno potesse n entrare, n uscire; poi fecero
ragunare tutti li maestri della citt, e fecero fare armadure di rame e
di cuoio e d'oro e d'ariento e di metallo per loro bisogno e necessit
del ferro. L furo fatti li sberghi d'oro e d'argento, sicch non vi
fu risparmiata ricchezza, e di quello tanto di ferro e d'acciaio che
eglino avevano, fecero fare spade e saette e dardi e ferri da lancie, e
del rame e del cuoio fecero l'altre armadure.




                                LXXIV.


Quando li consoli romani viddero che li Cartagginesi non rispondevano a
quello che l'avevano comandato, ellino ordinaro d'assalire la citt, e
che se prendare la potessero per forza, s l'abbattarebbero infino a'
fondamenti. Allora incominciaro a fare grandi torri di legname e altri
ingegni sopra le navi medesime de' Cartagginesi, delle quali giognevano
insieme sei e sette e legavanle insieme, perch potessero portare
maggiore peso e fussero pi forti, secondo le grandi mura alte e grosse
di pietra murate con fina calcina; e d'altra parte verso terra ferma
fecero molti trabocchi e manganelli e altri edifizii per abbattare le
mura. Molto s'apparecchiaro bene li Romani per distruggiare la ricca
citt di Cartaggine, che la reina Dido, che Elisa fu chiamata, aveva
primamente per suo grande senno e per sua grande ricchezza cominciata e
fondata.




                                 LXXV.


Non vi lassar ora al presente, che io non vi divisi Cartaggine come
ella era posta e fondata. La citt era tutta intorniata di mura, ed era
dieci miglia passi di longhezza; le mura erano alte quaranta gomita,
tutte di pietra murate a fina calcina, ch'era altres forte come la
pietra, ed erano grosse le mura trenta piei. Tutta la citt poca ne
falliva ch'era cinta di queste mura, e s aveva due braccia di terreno
che si stendevano infino al mare, e l entro veniva il mare, il quale
era largo tre milia passi dall'uno braccio della terra a l'altro; e
quello mare ch'era inentro, chiamavano li Cartagginesi stagno, perci
ch'e venti non vi potevano, perch le mura erano alte e grosse, e la
torre dall'una parte e dall'altra s lo difendeva dal vento. Sopra
quello stagno infra li due bracci della terra, ch'io v' detto, era
la ricca torre, la quale Bisse era chiamata; questa torre era pi di
mille passi larga, e tanto era forte e grossa e di grande altezza, che
pareva che giognesse alle nuvile. A quella nobile torre, che sopra al
mare era posta, giognevano li forti muri della citt alti e grossi,
e molte pi altre torri v'erano alte e grosse dalla parte dov'era il
terreno; e aveva intorno fossi larghi e profondi, e all'entrata della
citt sopra le porti erano due torri per difendare l'entrata.




                                LXXVI.


Molto era la citt di Cartaggine forte in quello tempo e fornita
di buona gente provata e molto vigorosa, ma d'armadure per loro
difendare avevano la maggiore parte grande mancamento. Li consoli
di Roma, che grande numaro di gente avevano appi e a cavallo,
fecero la citt assalire per mare e per terra, e tanto fecero che
per forza gittaro co' loro ingegni alle mura di verso terra ferma,
delle quali mura abbattero una grande parte, e quelli della citt si
difendevano vigorosamente con archi e con saette e con altri ingegni,
ch'elli avevano fatti per loro difendare; ma tanto gli assalsero e
Romani in diverse parti, che Lucio Censorino e gran parte di sua
gente si missero per la citt per le rotture ch'eglino avevano fatte
nelle mura; ma li Cartagginesi se lo' fecero alla rincontra, che li
ricevettero arditamente coll'aiuto di coloro ch'erano in sulle mura,
che lo' gittavano grandi pietre, sicch li rimissero per forza fuore
della citt; e molto v'arebbero allora li Romani riceuto danno, se
non fusse Publio Scipio, che suo corpo solamente ritenne la forza de'
Cartagginesi, e s li rimisse a malgrado loro dentro alle mura per sua
grande prodezza.




                                LXXVII.


E cos rimase allora il primo assalto di Cartaggine, e li Cartagginesi
racconciaro le mura il meglio che potero per loro difendare. Intanto li
Romani abbandonaro Cartaggine, per che Masinieno lo re de' Mirmidoni,
e quali erano stati loro amici per pi di quaranta anni, esso pass
di questa vita; e s lass nelle mani di Scipio tutto il suo reame e
tre suoi figliuogli, ch non voleva che appresso sua morte fusse infra
loro discordia e mala voglienza, per ch'elli cognosceva lo consolo
Scipio tanto prudente e leale, che ciascuno de' suoi figliuogli farebbe
stare contento; e tutto fece Masimieno per l'amore che Scipio li aveva
portato e per sua grande gentilezza.




                               LXXVIII.


Intanto Marco Manio e Lucio Censorino assediaro la citt di Tezagao
in Affrica, la quale presero per forza, e uccisero dodici migliaia
d'Affricani e sei milia ne presero, e in quella citt conquistaro
molto grande avere, della quale citt fecero le mura abbattare. In
quello tempo si ribell contra a' Romani Sicondo Filippo di Macedonia,
che da loro medesimi teneva la signoria. Incontra a costui fu mandato
uno alto principe di Roma, che Juvasio era chiamato, con molta grande
gente e cavallaria; ma s tosto come gionsero in Macedonia, eglino
s'assembrarono a battaglia contra a Sicondo Filippo. In quella
battaglia fu morto e sconfitto Juvasio con tutta sua gente, della quale
cosa ebbero e senatori e tutti e Romani grande dolore ed ira.




                                LXXIX.


Allora torn Scipio lo consolo a Cartaggine con sua gente, poi ch'egli
ebbe tutto lo reame de' Mirmidoni partito e dato a' tre frategli,
che tenere dovevano la signoria, e quando furo tornati a Cartaggine,
Scipio che consolo era per li Romani, a gran pena assent che la terra
fusse guasta e diserta; ma li Cartagginesi l'avevano rifornita e s
acconcia in tutte parti, che non dottavano persona, se non fussero e
Romani, contra a cui non potevano avere n soccorso n aiuto, e allora
li Romani s'armarono per assalire la citt per mare e per terra. L fu
molto crudo assalto e molta pericolosa battaglia, per che sei d e sei
notti li Romani non finaro d'assalire e di combattare la citt in pi
parti; l fu molta grande distruzione fatta di pedoni e di cavalieri di
quelli d'entro e di quelli di fuore.




                                 LXXX.


Molte fiate gittaro li Cartagginesi lo fuoco ardente sopra alli
ingegni de' Romani, ma i Romani erano apparecchiati, che tostamente lo
spegnevano; e quando venne il settimo d, che l'assalto e la battaglia
era durata senza riposo prendare, quelli della citt, che bene vedevano
che la citt non si poteva pi difendare, perci che Scipio l'aveva
gi prese le prime difese di loro fortezze, e tutti coloro che le
mura difendevano, aveva fatti fuggire, e niuno non si osava pi di
difendarla, allora cominciarono li Cartagginesi molto fortemente a
gridare che Scipio li ricevesse, salve le persone, rimanendo suoi
servi.




                                LXXXI.


Cos s'arrendero e Cartagginesi a Scipio, che pi non si potevano
difendare contra alla forza de' Romani che l'avevano assediata; e
allora vennero le donne e le donzelle della citt, che grande dolore
facevano dinanzi a Scipio, a cui erano menate dinanzi. Appresso
vennero le compagne de' cavalieri e de' pedoni e d'altri uomini della
citt, de' quali v'erano pi di trenta milia, tutti sanguinosi per lo
combattare ch'avevano fatto per loro difendare, e delle femmine ve
n'erano pi di venticinque milia, molto triste e molto dolorose, per
che Asdrubal loro signore si rend a Scipio di sua volont; e tantosto
Scipio fece mettare fuoco per tutta la citt nelle torri e nelle case e
nelle magioni. Coloro che s'erano fuggiti ne' templi, si gittavano ne'
fuochi di loro volont per ardarsi. Quando la citt fu tutta arsa, la
donna d'Asdrubal con due suoi figliuogli ch'ell'aveva, si lass cadere
per disperata nella maggiore fiamma del fuoco ch'ella vidde, e subito
arse.




                                LXXXII.


Cos mor l'ultima reina di Cartaggine, che s'uccise per sua grande
folla cos come la primaia. L guadagnaro li Romani grande tesoro,
ch'e Cartagginesi avevano assembrato di pi contrade di Italia, di
Cicilia e di Spagna e di molte altre contrade e citt, ch'egli avevano
robbate e distrutte; e quando tutto l'avere fu tratto fuore della
citt, Scipio lo fece rendare a coloro, a cui era stato tolto delle
contrade e citt, ch'io v' nominate. Intanto arse la citt, che
bene diecisette d pugn ad ardare, e allora fu Cartaggine al tutto
distrutta e tutte le mura abbattute infino alle fondamenta, e non vi
rimase n torre, n casa, n magione, che non fusse a terra abbattuta
e in cnare e in polvare tornata; e tutti i prigioni che vi furo presi,
venderono e missero in servaggio, fuori che Asdrubal e certi alti
prencipi di Cartaggine, e quagli furono menati a Roma. E sappiate che
in capo di settecento anni che Cartaggine era stata primamente fondata,
s fu ella distrutta e disfatta, siccome Macrobio e pi altri savi
dicono. Quattro anni stettero e sopradetti consoli in Affrica innanzi
che la distruggessero. Scipio per sua prodezza e per suo senno e per
sua larghezza acquist il sopranome di suo zio, e s fu poi chiamato
Scipio Affricano tutti e d di sua vita.




                               LXXXIII.


Quando e Romani ebbero fatto di Affrica tutta la loro volont, eglino
s si missero in mare con s grande avere, che non si potrebbe
contiare; e s navicoro tanto a vele stese, che vennero in Italia, e
poi se n'andaro a Roma. Della allegrezza e onore che lo' fu fatta da'
senatori e dall'altro popolo di Roma non vi voglio lunghe parole fare,
che troppo arei a dire, se raccontare ve le volessi al presente; e cos
fu Cartaggine distrutta e tutta Affrica sottomessa per li Romani.

       *       *       *       *       *

Finita la prima e la siconda guerra e la terza, ch'e Romani ebbero co'
Cartagginesi, le quagli guerre duroro circa a cinquanta anni, e in fine
fu distrutta la citt di Cartaggine dal popolo romano.

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Questo libro scrisse Jacomo di Buccio di Ghinucci da Siena; finissi di
scrivare a d XVII di ferraio anni M.CCCC.LIIII Deo gratias. Amen.

       *       *       *       *       *

Nota che questo libro  di Muciatto Cierretani, il quale  comprato
oggi questo d 22 d'aprile 1491 da Battista Cozaregli orafo.




                     INDICE


  PREFAZIONE                            pag.   5
  DELLA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA        17
        I.                                   17
       II.                                   19
      III.                                   20
       IV.                                   22
        V.                                   24
       VI.                                   27
      VII.                                   29
     VIII.                                   30
       IX.                                   32
        X.                                   34
       XI.                                   35
      XII.                                   38
     XIII.                                   40
      XIV.                                   41
       XV.                                   45
      XVI.                                   47
     XVII.                                   48
    XVIII.                                   49
      XIX.                                   50
       XX.                                   52
      XXI.                                   54
     XXII.                                   55
    XXIII.                                   56
     XXIV.                                   59
      XXV.                                   60
     XXVI.                                   64
    XXVII.                                   67
   XXVIII.                                   68
     XXIX.                                   70
      XXX.                                   72
     XXXI.                                   74
    XXXII.                                   75
   XXXIII.                                   77
    XXXIV.                                   79
     XXXV.                                   80
    XXXVI.                                   82
   XXXVII.                                   85
  XXXVIII.                                   86
    XXXIX.                                   88
       XL.                                   89
      XLI.                                   92
     XLII.                                   94
    XLIII.                                   97
     XLIV.                                   98
      XLV.                                   99
     XLVI.                                  101
    XLVII.                                  104
   XLVIII.                                  105
     XLIX.                                  107
        L.                                  108
       LI.                                  110
      LII.                                  112
     LIII.                                  113
      LIV.                                  115
       LV.                                  117
      LVI.                                  118
     LVII.                                  119
    LVIII.                                  120
      LIX.                                  122
       LX.                                  123
      LXI.                                  124
     LXII.                                  125
    LXIII.                                  127
     LXIV.                                  128
      LXV.                                  129
     LXVI.                                  130
    LXVII.                                  132
   LXVIII.                                  134
     LXIX.                                  136
      LXX.                                  138
     LXXI.                                  139
    LXXII.                                  140
   LXXIII.                                  142
    LXXIV.                                  143
     LXXV.                                  145
    LXXVI.                                  146
   LXXVII.                                  148
  LXXVIII.                                  149
    LXXIX.                                  150
     LXXX.                                  151
    LXXXI.                                  152
   LXXXII.                                  153
  LXXXIII.                                  154


VOLUMI GI PUBBLICATI

    1. Novelle d'incerti autori                                    L.  3.--
    2. Lezione o vero Cicalamento di M. Bartolino                     5.--
    3. Martirio d'una Fanciulla Faentina                              1.25
    4. Due novelle morali                                             1.50
    5. Vita di messer Francesco Petrarca                              1.25
    6. Storia d'una Fanciulla tradita da un suo amante                1.75
    7. Commento di ser Agresto Ficaruolo                              5.--
    8. La Mula, la Chiave e Madrigali                                 1.50
    9. Dodici Conti Morali                                            4.--
   10. La Lusignacca                                                  2.--
   11. Dottrina dello Schiavo di Bari                                 1.50
   12. Il Passio o Vangelo di Nicodemo                                2.50
   13. Sermone di S. Bernardino da Siena                              1.50
   14. Storia d'una crudel matrigna                                   2.50
   15. Il Lamento della B. V. Maria e le Allegrezze in rima           1.50
   16. Il Libro della vita contemplativa                              1.50
   17. Brieve Meditazione sui beneficii di Dio                        2.--
   18. La Vita di Romolo                                              2.--
   19. Il Marchese di Saluzzo e la Griselda                           2.--
   20. Novella di Pier Geronimo Gentile Savonese. Vi  unito:
       Un'avventura amorosa di Ferdinando D'Aragona.
            Vi  pure unito:
       Le Compagnie de' Battuti in Roma                               2.50
   21. Due Epistole d'Ovidio                                          2.--
   22. Novelle di Marco Mantova scrittore del Secolo XVI.             5.--
   23. Dell'Illustra et famosa historia di Lancillotto dal Lago       2.--
   24. Saggio del Volgarizzamento antico                              2.50
   25. Novella del Cerbino in ottava rima                             2.--
   26. Trattatello delle virt.                                       2.--
   27. Negoziazione di Giulio Ottonelli alla Corte di Spagna          2.--
   28. Tancredi Principe di Salerno                                   2.--
   29. Le Vite di Numa e T. Ostilio                                   2.--
   30. La Epistola di S. Iacopo e i capitoli terzo e quarto del
       Vangelo di S. Giovanni                                         2.--
   31. Storia di S. Clemente Papa                                     3.--
   32. Il Libro delle Lamentazioni di Ieremia                         2.--
   33. Epistola di Alberto degli Albizzi a Martino V                  2.--
   34. I Saltarelli del Bronzina Pittore                              2.--
   35. Gibello. Novella inedita in ottava rima                        3.--
   36. Commento a una Canzone di Francesco Petrarca                   2.50
   37. Vita e frammenti di Saffo da Mitilene                          3.--
   38. Rime di Stefano Vai rimatore pratese                           2.--
   39. Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca              2.50
   40. Il libro della Cucina del Secolo XIV                           6.--
   41. Historia della Reina D'Oriente.                                3.--
   42. La Fisiognomia. Trattatello                                    2.50
   43. Storia della Reina Ester                                       1.50
   44. Sei Odi inedite di Francesco Redi                              2.--
   45. La Istoria di Maria per Ravenna                                2.--
   46. Trattatello della verginit                                    2.--
   47. Lamento di Fiorenza                                            2.--
   48. Un Viaggio a Perugia                                           2.50
   49. Il Tesoro. Canto carnascialesco                                1.50
   50. Storia di Fra Michele Minorita                                 6.--
   51. Dell'Arte del vetro per musaico                                6.--
   52-53. Leggende di alcuni Santi e Beati                           10.50
   54. Regola dei Frati di S. Iacopo                                  5.--
   55. Lettera de' Fraticelli a tutti i cristiani                     1.50
   56. Giacoppo novella e la Ginevra novella incominciata             3.--
   57. La leggenda di Sant'Albano                                     4.--
   58. Sonetti giocosi                                                2.50
   59. Fiori di Medicina                                              3.--
   60. Cronachetta di S. Germignano                                   2.--
   61. Trattato di Virt morali                                       6.50
   62. Proverbi di messer Antonio Cornazano                           8.--
   63. Fiore di Filosofi e di molti savi                              3.--
   64. Il libro dei Sette Savi di Roma                                3.60
   65. Del libero arbitrio. Trattato di S. Bernardo                   4.--
   66. Delle Azioni e sentenze di Alessandro De' Medici               6.--
   67. Pronostici d'Ipocrate. _Vi  unito._
       Della scelta di curiosit letterarie                           3.50
   68. Lo stimolo d'Amore attribuito a S. Bernardo. _Vi  unito:_
       La Epistola di S. Bernardo e Raimondo                          3.--
   69. Ricordi sulla vita di F. Petrarca e di M. Laura                1.50
   70. Tractato del Diavolo co' Monaci                                2.50
   71. Due Novelle                                                    3.50
   72. Vbbie, Cancioni e Ciarpe                                       3.--
   73. Specchio dei peccatori attribuito a S. Agostino                2.50
   74. Consiglio contro la pistolenza                                 2.--
   75-76. Il volgarizzamento delle favole di Galfredo                14.50
   77. Poesie minori del Secolo XIV                                   4.--
   78. Due Sermoni di Santo Efrem e la Laudazione di Iosef            2.50
   79. Cantare del Bel Gherardino                                     2.--
   80. Fioretti dell'una e dell'altra fortuna di F. Petrarca          8.--
   81. Cecchi Gio. Maria. Compendio di pi ritratti                   3.--
   82. Rime di Bindo Bonichi da Siena edite ed inedite                7.50
   83. La Istoria di Ottinello e Giulia                               2.50
   84. Pistola di S. Bernardo a' Frati del monte di Dio               7.--
   85. Tre Novelle Rarissime del Secolo XIV                           5.--
   86 86 87-88. Il Paradiso degli Alberti                          40.--
   89. Madonna Lionessa. Cantare inedito del Secolo XIV aggiuntovi
       una Novella del Pecorone. _Vi  unito:_
       Libro degli ordinamenti de la compagnia di S. M. del
       Carmino                                                        4.--
   90. Alcune Lettere famigliari del Secolo XIV                       2.50
   91. Profezia dalla Guerra di Siena. _Vi  unito:_
       Delle Favole di Galfredo. _Vi  pure unito:_
       Due Opuscoli rarissimi del Secolo XVI                          5.50
   92. Lettere di Diomede Borghesi. _Vi  unito:_
       Quattro Lettere inedite di Daniello Bartoli                    3.50
   93. Libro di Novelle Antiche                                       7.50
   94. Poesie Musicali dei Secoli XIV, XV e XVI                       3.--
   95. L'Orlandino. Canti due          1.50
   96. La Contenzione di Mona Costanza e Biagio                       1.50
   97. Novellette morali Apologhi di S. Bernardino                    5.50
   98. Un Viaggio di Clarice Orsini                                   1.--
   99. La Leggenda di Vergogna                                        7.50
  100. Femia (Il) Sentenziato                                         7.--
  101. Lettere inedite di B. Cavalcanti                               8.50
  102. Libro Segreto di G. Dati                                       3.80
  103. Lettere di Bernardo Tasso                                      7.--
  104. Del Tesoro volgarizzato di B. Latini. Libro I                  7.--
  105. Gidino. Trattato dei Ritmi Volgari                            10.50
  106. Leggenda di Adamo ed Eva                                       1.50
  107. Novellino Provenzale                                           8.--
  108. Lettere di Bernardo Cappello                                   4.--
  109. Petrarca. Parma Liberata. Canzone                              6.50
  110. Epistola di S. Girolamo ad Eustochio                           7.--
  111. Novellette di Curzio Marignolli                                3.50
  112. Il Libro di Theodolo o vero la visione di Tantolo              4.--
  113-114. Mandavilla Giovanni. Viaggi. Vol. 2.                      14.--
  115. Lettere di Pietro Vettori                                      2.50
  116. Lettere volgari del Secolo XIII                                6.50
  117. Salviati Leonardo. Rime                                        4.--
  118. La Seconda Spagna e l'Acquisto di Ponente                     12.--
  119. Novelle di Giovanni Sercambi                                  12.--
  120. Bianchini. Carte da Giuoco in servigio dell'Istoria            3.50
  121. Scritti vari di G. B. Adriani e di Marcello suo figliuolo      9.50
  122 Batecchio. Commedia di Maggio                                   4.--
  123-124. Viaggio di Carlo Magno in Ispagna                         16.--
  125. Del Governo dei Regni                                          7.--
  126. Il Saltero della B. V. Maria                                   7.--
  127. Il Tractato dei mesi di Bonvisin da Riva                       4.--
  128. La Visione di Tugdalo, secondo un testo del sec. XIII          7.--
  129. Prose inedite del Cav. Leonardo Salviati                       6.--
  130. Volgarizzamento del Trattato della Cura degli Occhi            4.--
  131. Trattato dell'Arte del Ballo                                   4.--
  132-132. Lettere scritte all'Aretino parti 3.                     34.50
  133. Rime di Poeti del Sec. XVI                                     5.--
  134. Novelle di Ser Andrea Lancia                                   2.50
  135. I Cantari di Carduino, Tristano e Lancielotto                  5.50
  136. Dati Giuliano, poemetto in ottava rima                         5.50
  137. Zenone da Pistoia. La Pietosa Fonte                            7.50
  138. Facezie e Motti de' sec. XV e XVI                              5.--
  139. Rime di Pietro De Faytinelli                                   3.50
  140. Libro della natura degli Uccelli, con figure                   2.--
  141. Buonacorso da Montemagno, prose                                4.--
  142. Eredia Luigi, rime                                             3.--
  143. La terza deca di Tito Livio (Lib. I.)                          8.--
  144. La Navigatione del Colombo                                     8.--
  145-146. Lettere inedite d'Illustri Bolognesi                      18.--
  147. La Defensione delle Donne                                      7.50


                       DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE

  Sonetti editi ed inediti di F. Ruspoli.
  Lettere di Laura Battiferri.
  Lettere scritte all'Aretino (Vol. II. Part. II.).
  Belincioni B. Sonetti, Canzoni ecc.
  Livio Tito, terza Deca volgarizzata. (Lib. II.).


                        =NOTE DEL TRASCRITTORE=

Il testo  una trascrizione letterale di un manoscritto della met del
XV. secolo. Pertanto, la forma  piuttosto bizzarra e molto antiquata,
ma  stata ovviamente mantenuta esattamente come nell'originale.

Sono stati corretti gli ovvii errori tipografici.







End of Project Gutenberg's La Seconda e Terza Guerra Punica, by Antonio Ceruti

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA ***

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